mercoledì, agosto 02, 2006

Salviamo i giornali di partito - ma quelli veri

A quanto pare la storia del taglio ai contributi per l'editoria, nello specifico ai giornali di partito, sta a cuore un po' a tutti. Le motivazioni sono più o meno le stesse: pluralismo d'informazione, storia e autorevolezza di alcuni fogli di partito e tante altre belle cose che fanno dell'Italia un paese con un impressionante numero di quotidiani e la cosa, personalmente, la ritengo tutto men che negativa. La difesa di questi quotidiani, ça va sans dire, è totalmente bipartisan; se da un lato infatti il Vicepresidente della Camera Carlo Leoni (Democratici di Sinistra) afferma che “i quotidiani di partito hanno svolto un ruolo fondamentale nella vita e nello sviluppo della democrazia nel nostro paese” e “garantiscono che il rispetto del pluralismo non sia delegato al solo mercato editoriale”, dall'altra sponda gli fa eco il portavoce del Cav., Paolo Bonaiuti, che nella scorsa legislatura era proprio Sottosegretario all'editoria, affermando con un pizzico di orgoglio e di (sacrosanto?) attacco al governo che “il governo della Casa delle Libertà non ha mai toccato i fondi destinati ai giornali politici, per un motivo molto semplice: perché abbiamo a cuore la diffusione delle idee e della cultura politica”. Olé, tutti con a cuore queste idee, queste diffusioni e questa cultura. Perfetto, è l'esempio palese che l'Italia forse non è un paese di cialtroni e caproni come dall'estero purtroppo spesso ci dipingono. Solamente, se fosse possibile, ci piacerebbe che questi giornali si trovassero anche nelle edicole – e tutti intendo, non solo quelli che dei partiti più grandi – altrimenti chi li legge?

Ma non di questo si vuole parlare. Il fatto è che tutta questa difesa ai quotidiani di partito ha un suo momento di avvio identificabile nell'appello che i cinque direttori dei cinque maggiori quotidiani di partito italiani, Antonio Padellaro (l'Unità), Stefano Menichini (Europa), Flavia Perina (Il Secolo d'Italia), Gianluigi Paragone (La Padania) e Piero Sansonetti (Liberazione), hanno scritto e firmato in modo congiunto contro il taglio che il governo di centrosinistra pare voglia attuare all'editoria e in modo particolare ai giornali di partito, i quali spesso si trovano in difficoltà economiche, chiedendo tra le altre anche l'aggiornamento dell'entità del finanziamento, fermo a 15 anni fa. Battaglia, ripeto, sacrosanta. Se non fosse che il mio particolare interessamento per la carta stampata mi abbia messo una certa qual pulce nell'orecchio. Prima di tutto non si capisce perché l'appello sia stato firmato solamente dai direttori di quei cinque quotidiani; vero è che sono quelli che vendono di più e che si possono tranquillamente trovare in una qualunque edicola – comprese quelle di certi sperduti paesini delle montagne del nord o dei villaggi del sud -, ma se la battaglia per il pluralismo e tutte quelle altre belle parole fosse un pizzico più onesta (e magari non un modo per difendere solamente alcuni quotidiani di partito), l'appello si sarebbe dovuto estendere anche a giornali infinitamente più piccoli, ma non per questo meno privi di storia, come La Voce Repubblicana del Partito Repubblicano Italiano o l'Avanti! del fu Psi e ora di orientamento vicino al Nuovo Psi di De Michelis, anche se non lo si può considerare organo di partito tout court.

Un altro strano aspetto mi ha colpito: la questione dell'Unità. A parte il fatto che è un enorme zappata sui piedi quella di firmare l'appello praticamente contro un governo che viene apertamente appoggiato e ridicolmente elogiato, ogni giorno che il buon Dio manda in terra, sulle proprie pagine - siamo sicuri della bontà dell'operazione? L'Unità è storicamente il giornale del Partito Comunista Italiano prima e del Pds dopo la trasformazione, ma questo fino al 2000 quando in seguito a questioni economiche fu costretto a sospendere le pubblicazioni. Nel marzo 2001 venne rimesso in piedi, ma a quanto mi risulta non è più organo ufficiale dei Democratici di Sinistra, ovvero il partito non è l'editore del quotidiano né il principale azionista, o “controllore”, della casa editrice (Nuova Iniziativa Editoriale S.p.A.). Dunque perché firmare l'appello in favore degli organi di partito, quando a tutti gli effetti organi di partito non si è? Le mie parole trovano anche riscontro in quella famosa puntata di Report dell'aprile scorso (“Il finanziamento quotidiano”), dove alla precisa domanda del giornalista della Rai al direttore dell'Unità Antonio Padellaro (“allora direttore, l'Unità è un giornale di partito?”), quest'ultimo rispondeva – sbobino dalla registrazione – che “l'Unità non è un giornale di partito, è un giornale che si giova del contributo dell'editoria veicolato dai gruppi parlamentari di Camera e Senato dei Ds. Quindi è un contributo che fa bene certamente alle finanze dell'Unità ma l'Unità è un giornale privato”. Perfetto, l'Unità prende i contributi – e questa non è né una novità né una colpa, visto che tutti i giornali italiani li prendono – nella misura di “circa 6 milioni e 400 mila euro l'anno” (parole di Giorgio Podoimani, amministratore delegato dell'Unità, sempre da Report) ma non per essere giornale di partito. Li prende come li prendono i giornali editi da cooperative o organi di pseudomovimenti o gruppi parlamentari (es: Il Foglio e il Riformista per citare i casi di quotidiani più grossi). Perché allora, ancora una volta, firmare la difesa del finanziamento per gli organi di partito quanto è appurato, nelle parole dei diretti interessati e non nelle mie, che l'Unità “non è organo di partito” e “è un quotidiano privato”? Perché firmare quell'appello con Europa, Liberazione, La Padania e Il Secolo d'Italia?

Riguardo proprio l'appello, in un articolo di stamane su La Stampa si può ricavare la seguente dichiarazione di Antonio Padellaro: “a me potrebbe anche andare bene che i finanziamenti all'editoria vengano ridotti di 50 milioni di euro l'anno [e come potrebbe essere il contrario?, ndr], come auspica Levi, ma solo se questi tagli colpiscono coloro che prendono questi finanziamenti in modo illecito, come ben riportato da una recente inchiesta di Report [la stessa inchiesta a cui si fa riferimento nelle righe sopra]”. Alt, fermi un attimo. Andiamo a rivedere la celebre inchiesta, perché mi par di ricordare che anche nei confronti dell'Unità veniva detto qualcosa di molto interessante riguardo alla tiratura. E infatti, questa parte della trasmissione risulta davvero interessante. Voce fuori campo: “[...] i giornali di partito, veri [e fa specie la sottolineatura di 'veri', ndr], per prendere il contributo non hanno il vincolo del 25% di vendite, si calcola una percentuale sui costi e la tiratura. L'Unità vende 60.000 copie ma ne stampa più del doppio e il suo contributo viene calcolato anche su queste copie di scarto che su 140 mila copie al giorno sono 16.000” Autore: “la legge dice che voi [rivolgendosi all'amministratore delegato dell'Unità, ndr] anche su queste 16 mila copie di scarto prendete un contributo”. Giorgio Podoimani, ad dell'Unità: “teoricamente, perché non è nostro interesse fare copie di scarto perché è nostro obbiettivo venderle le copie però per farle è necessario”. A questo punto la puntata continua in questo modo: viene mostrata una tipografia di giornali, con i quotidiani che passano sui rulli e una voce fuori campo che recita così: “finchè la stampa non è bene a fuoco e i colori ben definiti, le copie vengono scartate, succede per tutti i giornali che hanno le linee vecchie [...] carta che si spreca ma il contributo sale. Per 16 mila copie al giorno che vanno al macero, ad esempio, l'Unità incassa 250.000 euro in più l'anno”. Allora questo è un metodo lecito o illecito? Sbagliava Report – e di conseguenza chi ha seguito la trasmissione – o qualche direttore cerca di rigirare la frittata? Ma, soprattutto, l'Unità è o no giornale di partito?

L'appello sottoscritto da
Europa, Liberazione, La Padania e l'Unità lo trovate QUI
L'elenco dei contributi all'editoria lo trovate
QUI


1 Commenti:

Anonymous salpetti ha detto...

Nei paesi non democratici e illiberali, i governi usano metodi coercitivi per irreggimentare la stampa e i media, in Italia ai vari governi in carica basta chiudere il rubinetto del finanziamento pubblico per ottenere lo stesso risultato.

salpetti.wordpress.com

4:00 PM  

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