martedì, ottobre 18, 2005

Musicalia / Depeche Mode e Bon Jovi

Hanno detto che oramai possono essere considerati come i nuovi Rolling Stones. Non per paragone musicale, ci mancherebbe. Per longevità. E così i Depeche Mode si sono riaffacciati sul mercato discografico a quasi 5 anni dall’ultimo e deludente – sebbene non per le vendite – Exciter. Lo fanno con Playing the Angel. Allora, com’è, come non è? È un disco dei Depeche Mode, uno dei più grandi gruppi degli anni 80, e già di per sé dovrebbe bastare. Non è un disco alla Depeche anni 80, come qualcuno si è affrettato a definirlo paragonando l’oscurità di questo con quella di Black Celebration. È decisamente minimale, con poche, pochissime – il singolo Precious e Lilian – concessioni al commerciale. È sottile, cupo, lento. A tratti sofferente e dal sapore vagamente ballabile. In un dancefloor piccolo, poche luci e tanto fumo. È un disco rilassante, non è martellante sebbene nella programmazione siano stati inseriti suoni decisamente acidi. È un ottimo ritorno, più per la qualità delle canzoni che per lo sguardo alla classifica. Ma tanto loro sono i nuovi Rolling Stones, no?, e quindi venderanno lo stesso; tanto valeva fare un gran bel disco di gran belle canzoni. Tanto Strangelove e Enjoy the Silence stanno lì, nessuno le tocca. Ma è ora di provare, osare, fare quello che si vuole. Non che i Depeche Mode non l’abbiano mai fatto nella loro carriera, sia chiaro. Ma ora hanno acquisito quella maturità che in pochi nel mondo della musica hanno. E se la stanno godendo – e noi con loro – lì, sospesi nel loro limbo electropop dal quale osservano lo stato della musica, assimilano e metabolizzano a modo loro. Regalandoci dischi come Playing the Angel, che godiamo e apprezziamo. Soprattutto alla luce dei tempi che corrono.
Girando totalmente pagina parliamo del nuovo Bon Jovi, Have a nice day. Trainato con anticipo dal micidiale singolo omonimo, il disco non mantiene tutte le aspettative. È il solito nuovo Bon Jovi, tanto per tranquillizzare chi ancora vorrebbe una nuova Living on a prayer. Quindi ha il gusto della canzone rock americana, è suonato decisamente bene e con la produzione esecutiva di Desmond Child. Tuttavia non brilla dall’inizio alla fine ma anzi molte canzoni scorrono via troppo veloci, senza lasciare il segno. Si fanno notare Who says you can’t go home per la dolcezza e Last Sigarette per l’irruenza. Tutto il resto passa, è godibile ma non rimane.

2 Commenti:

Anonymous Anonimo ha detto...

Lo volevo fare io un post sui Depeche, perché mi hai anticipato Kattivo!Precious mi esalta! Ciao

1:30 PM  
Blogger ordinegenerale ha detto...

eh eh :)

ciao!

11:29 PM  

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