sabato, marzo 07, 2009

affettuosità editorial-musicali.

Tommaso Pincio, giovane scrittore, recensisce su Rolling Stone [aprile 2009, p. 178] il libro Musica di plastica – la ricerca dell’autenticità nella musica pop (ISBN, 256 pp., 29,00 €) di Hugh Baker & Yuval Taylor. Libro di cui avevo sentito parlare bene già quando uscì oltremanica qualche anno fa con il titolo di Faking It! (Faber & Faver, 288 pp., 14,99 £). E libro che oggi, durante la mia scorribanda settimanale o quasi in libreria, ho acquistato malgrado il prezzo che spero mi sarà ricompensato dalla lettura. Caso vuole che la recensione del Pincio l’abbia letta pochi minuti fa, quindi dopo aver acquistato il tomo; e siccome oggi, tornato a casa, il libro ho iniziato a sfogliarlo spinto dalla curiosità, finendo per leggerne poco meno della metà (la rima non è voluta), ho capito che il Pincio il libro l’avrà sfogliato pure lui, magari leggiucchiato qua e là saltando a pie’ pari mucchi di pagine, e poi buttato giù una recensione. Nel primo capitolo si parla di Kurt Cobain? La recensione parlerà moltissimo di Kurt Cobain – e capirai che fatica, dal momento che il nostro su Cobain ha già scritto nel 2002 il romanzo Un’amore dell’altro mondo (Einaudi, 302 pp., 8,50€). Nel primo capitolo la tesi di fondo dei due autori è che il voler rimanere autentico a tutti i costi ha portato Cobain ad uccidersi pur di non deludere i suoi fans? Nella recensione si scriverà che la tesi è «tanto melodrammatica quanto discutibile» - ma le altre, di tesi, quelle sparse negli altri capitoli? Nel primo capitolo sta scritto che Courtney Love – moglie di Cobain – una volta ha detto «fingo talmente bene che ormai mi viene spontaneo»? Si chiude la recensione con «O forse ha talmente ragione Courtney Love nel dire», segue citazione. Nel primo capitolo si cita la trasmissione Unplugged di MTV come paradosso? Nella recensione sta scritto che «senza contare il paradosso che a proporre una simile macchina della verità è stata l'emittente colpevole di avere trasformato la musica in un prodotto dove l'occhio la fa da padrone.» Risultato: sembra un libro che parla dei Nirvana, del blues nero americano, dei Public Image Ltd, della sociologia musicale ai tempi di MTV e di poco altro deducibile dall’indice. L’importante – ho pensato io che però sono un po’ stronzo – era far contenti Massimo Coppola (direttore editoriale ISBN, editorialista di Rolling Stone), Alberto Piccinini (senior editor ISBN, collaboratore di Rolling Stone) e Claudio Antonelli e Fabio De Luca (rispettivamente direttore e vicedirettore di Rolling Stone, entrambi autori del libro Disco Inferno, uscito per ISBN). La più classica delle affettuosità editoriali, quindi. E non è che siccome c'è un leggero conflitto di interessi tra autori, editori, direttori, etc il libro non meriti lo spazio che ha avuto, figuriamoci se sto qui io a far la morale sui conflitti veri o presunti. Semmai, è il tenore della recensione che insospettisce. Se la leggevo prima, col cazzo che tiravo fuori 29 euro in tempo di crisi – e nonostante continuino a dirmi che il libro sia proprio bello. Semmai ci ritorniamo sopra.

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venerdì, aprile 04, 2008

ho dato al Foglio uno spunto micidiale.

Maurizio Crippa, sul Foglio [04.04.2008 – pag.2], gliele canta al direttore di Rolling Stone Carlo Antonelli per via di questa cosa.

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giovedì, aprile 03, 2008

questioni semi-private di aborti mancati, film, letterine, risposte e controreplice (mie e di altri)

È successo, in questi giorni lontano dal blog, che ho scritto una letterina al Foglio [02.04.2008, pag.4]. Nella letterina facevo spiritosamente notare come il direttore di Rolling Stone non ce l'avesse con Ferrara e la sua combriccola quando, a proposito di Juno, affermava che la pellicola in Italia è stata malintesa, bensì con un suo redattore che nella pagina delle recensioni cinematografiche non si era accorto che il fatto di dare in affidamento il nascituro ad una coppia non è il punto di forza del film, che sta invece nel decidere di tenersi il bambino anziché abortirlo – ecco dove avevo deciso di collocare, ovviamente con molta malizia e ironia, il malinteso. La letterina, precisamente, è questa:

Al direttore – scrive il direttore dell'edizione italiana di Rolling Stone che il film “Juno” è stato "ridicolmente malinterpretato" da "certe pive brontolone di casa nostra". Non si preoccupi, non ce l'ha con me che le scrivo, o con lei che organizza, o con quanti la sostengono. Ce l'ha, evidentemente, con un redattore della rivista stessa il quale, nelle pagine delle recensioni cinematografiche, non si accorge che le straordinarietà del film sono il mancato aborto e la scelta della vita, e si affida semplicemente ad un "decide di dare in affidamento il nascituro ad una giovane coppia un po' irrisolta dell'upper class". E vissero tutti felici e contenti. Cordiali Saluti – seguiva la mia firma.

È successo, inoltre, che Carlo Antonelli, il direttore di Rolling Stone, si sia un po' risentito, e abbia deciso di rispondere alla mia simpatica provocazione. E lo ha fatto nella rubrica delle lettere del Foglio di oggi [03.04.2008, pag. 4], dicendo che io leggo il suo giornale con la penna rossa in mano, che ho frainteso tutto, che ho confuso il mio giudizio sul film (“il lettore che vi ha scritto lo apprezza perché finisce come vorrebbe lui”), con quello che hanno dato lui e il suo redattore: lui, dicevamo, accusa di strumentalizzazione e fraintendimento, a Rolling Stone piace per “la freschezza del suo sguardo sull'adolescenza” e a prescindere “da ciò che decide nel finale la protagonista del film”. Insomma, si scambia un inizio per un finale e ci si dimentica di citare nella "sinossi" - il termine, va da sé, non l'ho usato io per cercare di elevare il tutto verso un piano di difficile confutazione – la parte più importante del film ovvero, ripeto, la scelta di tenere il bambino, la scelta per la vita, non quella di dare il pargolo in affidamento. La conclusione: io e quelli del Foglio abbiamo il vizio di confondere le cose, “come si faceva due secoli fa”. All'inizio l'idea di rispondere sul Foglio mi ha tentato; poi, mi sono detto, probabilmente al giornale avranno di meglio a cui pensare che ad un lettore petulante che risponde ad un direttore un po' in acido. E ho ripiegato su un e-mail privata a Carlo Antonelli. E-mail che è rimasta lì, nella cartella delle bozze, perché in fondo di rimediare ad una “brutta tirata d'orecchie” alla quale non devo rimediare perché non c'è motivo che io la riceva, non ne avevo voglia. Sta' lì – pensavo, riferendomi alla lettera – magari tra un paio d'ore cambio idea e ti spedisco lo stesso. Poi faccio il solito giretto sui blog, e leggo che Camillo ha scritto una cosuccia sulla questione. Che prendo, sottolineo e faccio mia in tutto e per tutto. E 'fanculo le tirate d'orecchie, brutte o belle che siano.

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