sabato, marzo 07, 2009

affettuosità editorial-musicali.

Tommaso Pincio, giovane scrittore, recensisce su Rolling Stone [aprile 2009, p. 178] il libro Musica di plastica – la ricerca dell’autenticità nella musica pop (ISBN, 256 pp., 29,00 €) di Hugh Baker & Yuval Taylor. Libro di cui avevo sentito parlare bene già quando uscì oltremanica qualche anno fa con il titolo di Faking It! (Faber & Faver, 288 pp., 14,99 £). E libro che oggi, durante la mia scorribanda settimanale o quasi in libreria, ho acquistato malgrado il prezzo che spero mi sarà ricompensato dalla lettura. Caso vuole che la recensione del Pincio l’abbia letta pochi minuti fa, quindi dopo aver acquistato il tomo; e siccome oggi, tornato a casa, il libro ho iniziato a sfogliarlo spinto dalla curiosità, finendo per leggerne poco meno della metà (la rima non è voluta), ho capito che il Pincio il libro l’avrà sfogliato pure lui, magari leggiucchiato qua e là saltando a pie’ pari mucchi di pagine, e poi buttato giù una recensione. Nel primo capitolo si parla di Kurt Cobain? La recensione parlerà moltissimo di Kurt Cobain – e capirai che fatica, dal momento che il nostro su Cobain ha già scritto nel 2002 il romanzo Un’amore dell’altro mondo (Einaudi, 302 pp., 8,50€). Nel primo capitolo la tesi di fondo dei due autori è che il voler rimanere autentico a tutti i costi ha portato Cobain ad uccidersi pur di non deludere i suoi fans? Nella recensione si scriverà che la tesi è «tanto melodrammatica quanto discutibile» - ma le altre, di tesi, quelle sparse negli altri capitoli? Nel primo capitolo sta scritto che Courtney Love – moglie di Cobain – una volta ha detto «fingo talmente bene che ormai mi viene spontaneo»? Si chiude la recensione con «O forse ha talmente ragione Courtney Love nel dire», segue citazione. Nel primo capitolo si cita la trasmissione Unplugged di MTV come paradosso? Nella recensione sta scritto che «senza contare il paradosso che a proporre una simile macchina della verità è stata l'emittente colpevole di avere trasformato la musica in un prodotto dove l'occhio la fa da padrone.» Risultato: sembra un libro che parla dei Nirvana, del blues nero americano, dei Public Image Ltd, della sociologia musicale ai tempi di MTV e di poco altro deducibile dall’indice. L’importante – ho pensato io che però sono un po’ stronzo – era far contenti Massimo Coppola (direttore editoriale ISBN, editorialista di Rolling Stone), Alberto Piccinini (senior editor ISBN, collaboratore di Rolling Stone) e Claudio Antonelli e Fabio De Luca (rispettivamente direttore e vicedirettore di Rolling Stone, entrambi autori del libro Disco Inferno, uscito per ISBN). La più classica delle affettuosità editoriali, quindi. E non è che siccome c'è un leggero conflitto di interessi tra autori, editori, direttori, etc il libro non meriti lo spazio che ha avuto, figuriamoci se sto qui io a far la morale sui conflitti veri o presunti. Semmai, è il tenore della recensione che insospettisce. Se la leggevo prima, col cazzo che tiravo fuori 29 euro in tempo di crisi – e nonostante continuino a dirmi che il libro sia proprio bello. Semmai ci ritorniamo sopra.

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venerdì, marzo 06, 2009

Carlo Rossella al Corriere?

«Chi si muove suda e perde di vista la carriera. Rossella non ha mai sudato tranne che nella sauna». Così Vittorio Feltri [Libero, 06.03.2009 – p.1] anticipa la possibile (?) futura direzione di Carlo Rossella al Corriere della Sera.

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giovedì, marzo 05, 2009

parallelismi di carta (stampata)



«Io non percorro la vostra strada»
Friedrich Nietzsche, esergo dell’ultimo Indipendente diretto da GbG, 05.02.2005

«Né io né lei siamo buoni ad attaccare manifesti elettorali, ci verrebbero tutti grinzi e sgocciolanti»
Luigi Castaldi, lettere al direttore, L’Indipendente - 05.02.2005, p.4

Strano che nessuno l’abbia ancora detto, ma quanto succede in questi giorni all’Unità, con la redazione in sciopero contro i tagli che l’editore Soru starebbe per approvare, ha un precedente recente nella carta stampata. Ricordate l’Indipendente? Non mi riferisco a quello nato nel 1991 per mano di Ricardo Levi e condotto da Vittorio Feltri al traguardo delle 120.000 copie cavalcando la tigre di Tangentopoli. Mi riferisco, invece, a quello riportato in edicola da Giordano Bruno Guerri nell’aprile del 2004, nel formato classico del quotidiano d’opinione post-Foglio (4 pagine). Bene, l’editore quella volta era l’attuale vice-capogruppo del Pdl alla Camera, Italo Bocchino. Il quale, tra le altre cose, nel febbraio 2005 era candidato per il centrodestra alla guida della regione Campania. Quanto successe allora, tanto da rievocare oggi questo parallelismo, è presto detto: Guerri, che stava facendo un ottimo giornale, fuori dagli schemi, orientato su un anarchismo a-partitico che a volte – solo a volte – si appoggiava su uno strano asse FI-Lega Nord (strano perché la testata era campana, usciva in panino con un giornale salernitano e l’editore e tutti gli imprenditori coinvolti erano campani), che poco amava il sub governo che il partito dell’editore insieme ai centristi dell’Udc voleva formare all’interno della legislatura Berlusconi 2001-2006, fu silurato improvvisamente e, apparentemente, senza motivo. Apparentemente perché, sotto sotto, il motivo c’era. Ed era lo stesso per cui Soru ha pensato bene di comprarsi l’Unità: avere giornale che, all’occasione, fungesse anche da megafono pro-editore in campagna elettorale. Per questo al posto di Guerri fu chiamato alla direzione dell’Indipendente Gennaro Malgieri, intellettuale di area An (lo stesso partito nel quale, al tempo, militava Bocchino), ex direttore del Secolo d’Italia, parlamentare e consigliere Rai. Il cambiamento fece incazzare parecchio i lettori di allora, che si trovarono al posto di un giornale un po’ sgangherato ma vivo, vitale, pensante e che faceva pensare, una copia sbiadita e compressa in quattro pagine del Secolo d’Italia. Un giornale senza mordente, senza spunti d’interesse. Scialbo. Certo, non c’erano strilli in prima pagina che facevano il tifo spudorato per l’editore (come è avvenuto negli ultimi tempi sull’Unità), ma insomma il quotidiano faceva il suo mestiere: non rompeva le palle all’editore, non lo imbarazzava e, quando c’era bisogno, era pronto a buttare giù qualche riga in suo favore. Sia detto con franchezza: nulla di inconsueto nel mondo della stampa, né tantomeno illegittimo. Solo era evidente un po’ di quella «prostituzione intellettuale», concetto che ora grazie ad un fighetto seduto in panchina pare essere diventato di esclusivo dominio del mondo pallonaro.
Noi, i lettori di quel giornale, capimmo subito che aria tirava, e piano piano lo mollammo. Il quotidiano perse copie, e insieme ad esse splendore e vitalità. Nel frattempo la campagna elettorale era finita, l’editore aveva perso la presidenza della regione Campania contro il candidato del centrosinistra, il direttore se ne andò – e non fu cacciato perché amico e all’interno dello stesso partito, di più: della stessa corrente, non si fanno questi sgarbi. La testata fu venduta a un altro gruppo di editori, nessuno dei quali a mia memoria aveva forti interessi nell’usare il giornale come manifesto elettorale. Anzi, non aveva interessi particolari nella carta stampata tout court, visto che il nuovo corso fu un fallimento (l’ennesimo?) e la testata, insieme con i suoi redattori, fu assorbita da una fondazione di stampo berlusconiano prima e casiniano adesso, guidata da un ex comunista con i fiocchi, per farne un quotidiano così e così.
Finito il parallelismo, cosa rimane? Rimane che le due situazioni sono simili: due megafoni che partono pieni di promesse (dell’editore) e terminano il servizio quando non servono più. Una funzione stupida della stampa. Non rimane nient’altro, nel vero senso della parola – mi piace solo far notare questo, e condividerlo con chi se lo ricorda. All'Indipendente, solo, non ricordo che scioperarono.

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martedì, marzo 03, 2009

New York Times a tutto spot.

Qualche settimana fa ha rotto uno dei suoi principi più sacri, ed è andato in stampa per la prima volta nella sua vita con la pubblicità in prima pagina.
Oggi pubblica un fascione pubblicitario anche sulla home page del suo sito. Un mio amico mi chiama e mi dice: «hai visto? Almeno è la pubblicità del nuovo MacBook Pro.»

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venerdì, febbraio 20, 2009

E' uscito Wired Italia e se non lo comprate siete dei pazzi.

È uscito Wired Italia e, come ogni volta che un’avventura editoriale ha inizio, siamo felici. Anzi, questa volta lo siamo di più, e per vari motivi. Primo, finalmente dopo qualche tentativo passato anche in Italia abbiamo uno di quei magazine che possono avvalersi della nomea di «bibbia». Secondo, il suo direttore Riccardo Luna è persona in gamba, temeraria come può essere solo chi fortissimamente volle questa impresa, e rispettabilissimo giornalista; per dire di che pasta è fatto: far uscire un giornale del genere in periodo di enorme crisi economica è pura follia, farlo e dirsi convinti (tanto da confidarlo ad uno dei massimi dirigenti del gruppo che edita il magazine, la Condé Nast) che la crisi è il momento giusto per un giornale come Wired va oltre, è puro genio artistico. Terzo, le premesse sono ottime, il primo numero è spumeggiante, la grafica sbalorditiva, i contenuti ricchi, le «idee» raccontate a mo’ di «storie» (entrambi i virgolettati sono cifre stilistiche del giornale) ci sono tutte, la redazione è snella e dinamica (poche persone, tanti collaboratori) e via dicendo – insomma, medito l’abbonamento e l’acquisto di qualche altro scaffale sopra il quale posare l’edizione completa.
Epperò, a Ordine Generale piace fare le pulci, e qualcuna è stata trovata e qui elencata senza il limite del numero di battute, a uso e consumo del lettore e dell’aggregatore a grafo nella community wewired.it, il quale promette spazio a chiunque inserisca in un suo testo la sequenza di parole «wired italia». Per iniziare, c’è il prezzemolino della stampa italiana che conta, Luca Sofri, che quando ho visto il suo faccione nell’elenco dei collaboratori ho avuto un colpo: compri Vanity Fair e lui c’è; compri Internazionale e lui c’è; compri Il Foglio e (a volte) lui c’è con delle definizioni copia-incollate da Wikipedia; prendi in mano la Gazzetta dello Sport anche se non te ne frega niente, giusto perché sei sicuro che lì almeno non corri rischio, e invece chi ci trovi? A questo giro parla di tecnologia, firma un articolo che sembra essere un manifesto del perfetto lettore di Wired, e il risultato è per giunta brillante e interessante; c’è odore di competenza, se non altro, anche se di derivazione «smanettona» più che accademica, e viene evitata quella sorta di tuttologia che lo contraddistingue solitamente, o che lo porta a svernare di musica quando sarebbe meglio lasciar perdere (ma a dar manforte in questo senso c’è la moglie, Daria Bignardi, amica un po’ di tutti, che una volta in televisione a chi accusava il marito di essere un «nerd musicale» controbatté definendolo «grande esperto di musica», e meno male che il libro Playlist (Rizzoli) parla da solo). C’è poi Linus, amico del Sofri, che tiene una rubrica sulle corse, le maratone, insomma le uniche cose che, da un po’ di tempo a questa parte, sembrano emozionarlo veramente – con buona pace della radio; ma io volevo Wired, non Runner Magazine, e poi la Strongmen Run descritta nell’articolo non ha niente di tecnologico, non è un idea, non ha futuro e sembra più quel corso di sopravvivenza provato da Renato Pozzeto e Enrico Montesano nel celebre film Noi Uomini Duri (1987). C’è anche Paolo Giordano, il tizio che ha vinto il premio Strega con il libro La Solitudine dei Numeri Primi (Mondadori), il quale intervista RLM (Rita Levi Montalcini, cui è dedicata anche la copertina); non si capisce bene se trattasi di un collaboratore fisso oppure di uno passato lì per caso e tirato dentro perché, per creare hype crea hype. C’è Al Gore – Dio ce ne scampi! – che fa un pippone sul ruolo dell’informazione nell’era di Obama, e povero Barack che con tutti i problemi che ha si deve far carico anche di quello del giornalismo partecipativo e iper-connesso (e ovviamente eco-sostenibile) e unico strumento d’informazione del futuro: lo credevo anche io, sinceramente, e sotto sotto lo credo ancora seppur quotidianamente là fuori fanno di tutto per dimostrare il contrario. C’è Coelho con una column sul ruolo di Internet come enorme biblioteca; lui ha deciso di non tenere in casa più di 400 libri tradizionali, intesi come di carta, e sono già troppi e non li consulterà mai perché se dovesse andare a cercare i versi di una poesia gli basta digitare in Google un frammento a memoria per avere a disposizione, sempre, il testo completo ovunque si trovi (la morale che ne trae, fortunatamente, non è che i libri non servono a nulla ma che, dopo averli comprati, bisogna regalarli, farli girare – lui è tanto fiero quando gli portano da autografare un suo libro con i bordi sgualciti e le pagine ingiallite. Al limite, dice, donateli a una biblioteca pubblica). Poi ci sono gli ottimi articoli e gli ottimi collaboratori (tanti tecnofreak, ma non solo), ma quelli non si citano, ve li lascio da scoprire. Ci sono tante «storie e idee che cambiano il mondo», per usare le parole del sovra-testata e dell’editoriale del direttore. Solo non si capisce quanto possa cambiare il mondo il fantastico bollitore Tefal, di cui si parla a pagina 222. Per ovvi motivi da ricercarsi nel fatto che il nostro Paese non brilla per consumo di tè l’aggeggio non è distribuito in Italia – ma tanto lo compriamo su Amazon, noi super-connessi-duepuntozero – e promette di far bollire l’acqua in pochi secondi. A parte che mentre aspetto che bolla l’acqua, nella maniera tradizionale, posso sempre approfittarne per fare un post su Twitter, o per aggiornare il profilo di Facebook, o per consultare uno degli ottimi contenuti esclusivi sul sito Wired.it. A parte questo, si diceva, secondo me è una cosa inutile, atta a peggiorare il mestiere anziché a migliorarlo: a meno che si tratti di un acceleratore di particelle, in tre secondi l’acqua che viene giù potrà essere tiepida, al limite anche calda, di sicuro non bollente – e il tè si fa versando l’acqua bollente sulla bustina. Ecco, non vorrei che sia stato dichiarato rivoluzionario (cioè meritevole di finire su Wired) solo perché l’ha testato Matteo Bordone, amico del Sofri.
Spiritosaggini a parte, la stima e la fiducia sono tante. Per fare un parallelismo con un’altra celebre importazione recente, Playboy, qui si è mantenuto lo stile dell’originale e si è creato un ottimo prodotto, mentre là si abbonda con il contorno ma manca la portata maestra: la patonza. Solo un piccolo fastidio, di gran lunga superiore a tutti quelli appena elencati messi insieme: gli emoticons (o «le» emoticons – si potrebbe chiedere agli esperti dell’Accademia della Crusca che, genialmente, sono stati coinvolti in Wired per spiegare alcuni termini tecnologici) lasciatele sul web. Se qualcuno vi scrive lettere con le faccine, editate o cestinate: non sono riuscito a leggere la rubrica della posta, e di conseguenza a misurare il polso dei lettori – sulla fiducia, beninteso, perché sono stati pubblicati quelli che hanno scritto ancor prima di aver letto mezza riga.
Un bacio e un in bocca al lupo. Benvenuti, già vi adoro un po’.

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domenica, gennaio 11, 2009

La crisi della carta stampata e un esempio coraggioso

Per un animale che si nutre di carta stampata – una brutta espressione che però rende bene l’idea della persona – dare un’occhiata al settore per vedere cosa riserverà il futuro dà i brividi. La crisi che colpisce il mondo dei media cartacei, si fa sentire più che da altre parti: alla mancanza di soldi, infatti, va aggiunta la concorrenza spietata, e di minore qualità, del web e della cultura digitale.
Ecco lo scenario in Italia. Il Corriere della Sera e La Repubblica perdono in diffusione e raccolta pubblicitaria; oltre ai vari tagli, riduzioni e prepensionamenti annunciati, il primo è stato ridotto di tre pagine, ha tolto i collaterali gratuiti ai suoi giornalisti e portato la mazzetta (che prima era illimitata) a un massimo di cinque quotidiani e tre periodici per giornalista. Il quotidiano fondato da Eugenio Scalfari, invece, ha ridotto la foliazione e rinunciato, tra lo sgomento del Cdr, al primo numero dell’anno del suo supplemento femminile D. Il Foglio di Giuliano Ferrara in un editoriale pubblicato il 6 gennaio chiede «uno sforzo» ai suoi lettori: dal prossimo lunedì aumenta il prezzo di 30 centesimi, sospende l’edizione domenicale considerata «più onerosa del previsto per un’organizzazione editoriale nata per un giornale agile» e si prepara ad affrontare altri non meglio precisati tagli. Seppur con molta (auto)ironia: non essendosi allargati molto in passato, al giornale di Ferrara spiegano che «non c’è molto grasso da tagliare (a parte il direttore)». Il Riformista, l’ultimo dei quotidiani italiani che si è dato una rinfrescata non solo grafica ma anche economica, grazie ad un piano di rilancio di svariati milioni di euro portato avanti dagli editori Angelucci, ha già perso per strada qualche pagina. Rispetto all’esordio nella sua nuova edizione, avvenuto il 20 ottobre scorso, il quotidiano che si preannunciava come la risposta italiana al Financial Times (ma sembra più un’imitazione, da sinistra, di Libero), ha ridotto la foliazione da 32 a 24 pagine. Il manifesto, quotidiano comunista e perennemente in crisi (con o senza nessi causali tra un fatto e l’altro), un paio di settimane fa ha chiesto uno sforzo notevole ai suoi lettori abituali – sperando che lo sforzo si estendesse anche ai simpatizzanti suoi o della carta stampata in generale – andando in edicola per un giorno al prezzo di 50 euro. Le sedi di corrispondenza all’estero dei grandi giornali sono chiuse in numero sempre maggiore. Il lavoro dell’inviato, di rimando, viene fatto fare dalla redazione centrale, grazie a internet o grazie a chi può permettersi ancora di mandare in giro per il mondo qualcuno dal quale poi scroccare il necessario per imbastire un pezzo. I quotidiani politici (tra i quali solo La Padania, Europa, Liberazione e Il Secolo d’Italia si trovano nelle edicole), guardano con preoccupazione ai tagli ai finanziamenti pubblici all’editoria, spesso l’unica vera fonte di sostentamento per imprese editoriali di questo tipo. Se è vero infatti che Piero Sansonetti da martedì 12 gennaio non sarà più il direttore di Liberazione, ufficialmente per via di contrasti sulla linea del giornale tra lui e la segreteria di Rifondazione Comunista, è pure vero che il segretario Paolo Ferrero ha usato come motivazione anche quella di una presunta emorragia di copie. E dopo la debacle elettorale di Rifondazione Comunista con la Sinistra Arcobaleno, il partito può contare su rimborsi elettorali notevolmente ridotti rispetto al passato. E meno rimborsi elettorali si traducono in meno soldi in cassa, cioè (anche) in meno disponibilità economica per fronteggiare i costi del quotidiano che perderebbe due milioni di euro all'anno. L’Unità, da qualche mese guidata dall’ex inviato di Repubblica Concita De Gregorio e acquistata dal candidato alla regione Sardegna del Pd Renato Soru, ha dovuto ridursi – nel vero senso della parola – all’aspetto di un quotidiano free-press per poter colorarsi tutte le pagine. Un discorso a parte, poi, meriterebbe la scarsa qualità della stampa periodica italiana, segno sia della crisi che di un mercato editoriale troppo preso a sfornare un prodotto tranquillizzante per i lettore e per l’editore, al fine di non lasciare troppo spazio alla concorrenza. Basti prendere come esempio i due più importanti newsmagazine: Panorama (Mondadori) e l’Espresso (Espresso-Repubblica). Il primo sorregge il secondo, e viceversa; nessun serio tentativo di innovazione, di ammodernamento, di sparigliare le vetuste regole che li governano da decenni, per paura di regalare copie all’avversario – la differente linea politica che li divide, poco importa. Questo esempio può essere esteso ad altri – sovraffollati – settori. Staremo a vedere a febbraio il lancio dell’edizione italiana di Wired, ad opera di Riccardo Luna per Condé Nast, e nel frattempo continueremo a leggere la stampa straniera tramite Internazionale nella speranza che, prima o poi, qualcuno abbia il coraggio di mettere insieme un’impresa coraggiosa di grande giornalismo. Perché lasciarsi andare davanti all’avanzata del digitale è, nel cuore di molti lettori, una resa troppo amara da mandare giù.
Guardando all’estero, basta l’esempio degli Stati Uniti per capire che le cose vanno – se possibile – persino peggio. Qualche mese fa ha chiuso per mancanza di soldi il New York Sun, un piccolo giornale tutt’altro che ininfluente: l’ex governatore dello stato di New York George Pataki l’ha definito come «il migliore giornale di New York», con buona pace del New York Times. Lo stesso Times che, dopo aver ipotecato il suo nuovo lussuoso grattacielo progettato da Renzo Piano che ospita la redazione, qualche giorno fa ha rotto uno dei suoi principî più sacri andando in stampa con una fascia pubblicitaria ai piedi della prima pagina (accorgimento già adottato anche dagli altri colossi Wall Street Journal, Usa Today e Los Angeles Times, con il solo Washington Post a resistere, per il momento). Il Tribune Group, proprietario delle corazzate Los Angeles Times e Chigaco Tribune, è collassato. Tra tutto questo, il senatore democratico del Connecticut Frank Nicastro, sta conducendo una battaglia - al grido di «i giornali sono una parte vitale degli Stati Uniti» - affinché si trovino i soldi per salvare il Bristol Press, quotidiano della sua città, a dimostrazione della forte considerazione di cui gode la stampa locale. In generale, laggiù la tendenza è quella di sperare che gli aiuti di stato piovano su altri settori (ad esempio, quello dell’auto che boccheggia e chiede aiuto da tempo), in modo tale da avanzare la richiesta di un bailout anche per quello della stampa. Rimane certo da convincere l’opinione pubblica dell’utilità di questa battaglia, la stesse persone che da tempo sembrano aver voltato le spalle ai giornali.
Il motivo del pessimismo che circonda il mondo della carta stampata è da ricercarsi, ovviamente, nella crisi economica. Ma non solo. Come già detto il digitale gioca una parte importante nella partita. Permette, a costi nettamente inferiori rispetto alla carta, un ciclo di news praticamente ininterrotto, fruibile e soprattutto alimentabile – mediante fenomeni ‘non professionali’ come il citizen-journalism – da qualunque parte del mondo in un qualunque momento della giornata. All’apparenza non ci sarebbe storia: niente carta (da sempre, una delle voci che pesa di più nei bilanci delle imprese editoriali), solo contenuto. I giovani ne vanno pazzi, e infatti non leggono più giornali cartacei. Sopravvive la passione per il quotidiano tradizionale in chi durante la sua vita di lettore ha vissuto lo switch tra analogico e digitale ed è quindi già abituato al ‘vecchio’ formato; ma anche in questi casi è registrata disaffezione nei confronti della parola scritta, segno di un indubbio abbassamento della qualità. Anche la spesa gioca un ruolo decisivo: molti contenuti digitali, infatti, sono gratuiti. Gli stessi siti dei quotidiani mandano sul web una fetta enorme di articoli scritti ad hoc, lasciando al lettore la facoltà di pagare per leggere quelli già pubblicati su carta, mediante la sottoscrizione di speciali tipi di abbonamento.
I siti dei grandi quotidiani producono però, in generale, un’informazione di tipo certificato, grazie alla lunga tradizione della carta stampata insita anche in chi si occupa della parte web. Il vero pericolo, nel digitale, è quello proveniente dall’informazione non professionale – il già citato «citizen-journalism» – troppo spesso elevata a livelli di attendibilità che nemmeno quella tradizionale. Non è ovviamente possibile e nemmeno giusto fare di tutta l’erba un fascio, ed esistono molti siti indipendenti che forniscono notizie vere e certe con un tempismo e una flessibilità che il medium di carta, per sua natura, non può avere. Esistono però anche siti che pubblicano bufale, riprese puntualmente dalla stampa cartacea il giorno appresso. E qui si presenta la preoccupazione maggiore: la bufala digitale è ripresa come certa dalla stampa tradizionale, contribuendo a un abbassamento della qualità e a un impoverimento dell’informazione. In altre parole, il mezzo cartaceo, per non soccombere dinanzi al fratello digitale sempre aggiornato, normalizza la sua informazione su quella di quest’ultimo, abbassandola.
A sentire alcuni, sembra che l’unica vera fortuna della carta rispetto al digitale sia la raccolta pubblicitaria (colpita però dalla crisi economica). A differenza di quanto si crede, ciò non deriva dal fatto che chi compra uno spazio pubblicitario preferisca necessariamente farlo su carta; semmai è perché non si è ancora riusciti a sfruttare al meglio la raccolta pubblicitaria su internet. Viene quindi da pensare a cosa accadrà il giorno in cui, economicamente parlando, la raccolta pubblicitaria sul web renderà almeno quanto quella su carta. A voler fare un’analogia con un altro settore che risente parecchio della concorrenza del digitale anche per via della pirateria – l’industria musicale – lì siamo già avanti: la Atlantic, una divisione della Time Warner, ha dichiarato che nel 2008 i dischi venduti on-line hanno rappresentato il 51% del fatturato complessivo della vendita di musica.
Davanti a questo quadro pessimista, e all’abbassamento della qualità del mezzo cartaceo, c’è però chi non demorde e continua a proporre (con successo) una formula editoriale il più tradizionale possibile. E senza sentirsi una vittima del mondo digitale. Sto parlando del mensile Monocle. Fondato dal quarantenne Tyler Brûlé, già editorialista del New York Times, dell’International Herald Tribune e del Financial Times (imperdibili le sue column su trend e aeroporti sul FT-Weekend) nonché fondatore di Wallpaper*, Monocle si pone come un «global briefing» su avvenimenti, business, cultura e design. E fa tutto ciò con la consapevolezza della crisi nel settore, ma offrendo a un sempre più vasto pubblico un giornalismo lussuoso e di alta qualità. Senza badare a spese: quartiere generale a Londra e sedi distaccate a Zurigo, New York e Tokio. Più un gruppo di uffici di corrispondenza in tutto il mondo; non esattamente la radiografia di un’impresa editoriale operante in un momento di crisi. Segno che la qualità paga, così come le intuizioni capaci di assecondare la richiesta di un pubblico adoratore della carta stampata (e sulle intuizioni di Brûlé non si devono aver dubbi: il suo Wallpaper* è uno dei magazine più influenti e interessanti lanciati negli anni ‘90). Monocle ha sempre dedicato ampio spazio al medium che lo fa vivere (si veda il volume 01 – issue 08, november 2007), e nel numero attualmente in edicola (volume 02 – issue 19, december 08/january 09) ritorna sull’argomento con due pezzi nella sezione cultura. Il primo, «The Watch Word» di Andreas Tzortis [pp. 93-96], ci racconta la terribile caduta della qualità della stampa tradizionale in seguito non solo alla diffusione di canali informativi alternativi e non professionali grazie al digitale, ma anche per via della velocità nella produzione e dei troppi compiti che il giornalista deve fronteggiare per via della co-esistenza e della interazione tra ‘nuovo’ e ‘vecchio’. Secondo l’articolo, troppi sono i compiti che gravano sulle spalle di un giornalista in tempi di convergenza analogico-digitale. «Oggi i giornalisti devono cercare una videocamera, muoversi per fare interviste e allo stesso tempo aggiornare le news sul web ed editare i loro pezzi, nonché mettersi al lavoro per l’articolo che uscirà sul giornale cartaceo del giorno dopo», si legge nel pezzo, e queste modalità serrate di lavoro non sono ottimali per il raggiungimento del risultato finale. Il motivo – dice Charles Fieldman, veterano dei reporter della CNN, intervistato nell’articolo – risiede nel «concetto di mettere insieme tutti questi lavori e allo stesso tempo pensare di fare un giornalismo ragionato», concetto ritenuto dallo stesso Fieldman «assurdo». Il secondo articolo, «Agents of Change» a firma dello stesso Tyler Brûlé [pp. 109-110], fa addirittura un passo avanti nell’analisi delle responsabilità, arrivando ad affermare che «dare la colpa solo al web per le scarse performance di quotidiani e magazine, significa assolvere quelle parti che in questa crisi hanno le colpe maggiori: gli editori e i loro collaboratori nella catena distributiva». Un’affermazione pesante, con la quale però sarà il caso di iniziare a prendere confidenza perché potrebbe rappresentare una parte consistente della verità. Brûlé lamenta che i proprietari dei giornali «hanno avuto troppa fretta nell’investire in siti internet che non avevano alle spalle piani ben studiati» e che, allo stesso modo, hanno agito troppo in fretta nel tagliare i costi di produzione del prodotto cartaceo, per di più «aspettandosi che il lettore pagasse di più per un prodotto che era stato impoverito» dai continui piani editoriali di ridimensionamento. La soluzione sarebbe quella di arricchire il prodotto tradizionale al fine di renderlo concorrenziale alla sua versione web, e per fare ciò l’editore deve mettere a capo dei suoi prodotti «gente che ama la carta stampata e sa quello che deve fare». Insomma, l’amore per l’odore, per la sensazione tattile e per il ruolo che da sempre ricopre la stampa, serviranno a salvarla. Brûlé cita ad esempio proprio la sua ultima creatura, nata per offrire al lettore qualità, scritti pregiati delle migliori firme mondiali, illustrazioni di gran fattura, storie uniche raccolte alla vecchia maniera, in controtendenza rispetto ai pastoni messi insieme con i lanci d’agenzia che riempiono i prodotti derivati dalla cultura del cosiddetto «digital freebie» e della free-press (individuata da Monocle come l’altro grande nemico della stampa tradizionale). Il giornale come opera d’arte, quindi. I gruppi editoriali però devono stare attenti a non sottovalutare, come detto, anche gli aspetti della catena distributiva. Insomma, secondo Brûlé bisogna creare dei punti vendita che invoglino l’acquirente a comprare il giornale offrendogli allo stesso tempo dell’altro. Permettendogli, ad esempio, di poter stare seduto a leggere, o scambiare due chiacchiere con qualcuno. Dandogli la possibilità di prendersi un caffè, insieme alla copia del suo magazine preferito. Nelle parole di Brûlé, questi devono essere «posti che vendano quotidiani, settimanali, mensili e anche caffè macchiato», dove la gente sia disposta «a passare del tempo e a spendere i suoi dollari, i suoi euro e i suoi yen». E dove la spesa sia accompagnata, se possibile, dalla consapevolezza che non si stanno dando soldi per qualcosa che co-esiste gratuitamente sul web, ma per un pezzo ‘unico’. Un’idea bizzarra? Forse. Monocle ha vinto in qualche modo la sfida: i suoi fedeli abbonati, disposti a spendere 75 sterline l’anno per la rivista (in Italia è venduta a 10 euro la copia), sono oltre 150 mila ed è appena stato inaugurato a Londra, in George Street, il primo Monocle Store, che vende anche tutta una serie di prodotti collaterali (vestiario, accessori e profumi) oltre alle migliori testate internazionali. Proprio nel modo descritto da Tyler Brûlé. C’è qualcuno là fuori disposto a prendere esempio?

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martedì, gennaio 06, 2009

Dice che c'è crisi.

Pare che da domani da lunedì 12 gennaio Il Foglio costerà di più (1,30€). E non uscirà più la domenica.

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lunedì, ottobre 20, 2008

i nuovi Giornale e Riformista. In breve, molto in breve.

Due giornali oggi in edicola in una nuova veste grafica: Il Giornale e Il Riformista. Il primo è veramente un buon prodotto, giovane ma non giovanilistico, moderno ma non troppo, molto europeo. Pecca solo, secondo me, nel voler riproporre il Controcorrente di Montanelli in prima pagina. Il secondo, che vuole tra le altre cose passare da giornale di opinione a primo giornale – ispirandosi al Financial Times, pensa un po' te – è orrendo, troppo colorato e poco compassato.

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lunedì, settembre 15, 2008

confronti impietosi.

Sia detto senza giudicare i motivi che l'hanno spinto a scrivere quella lettera, e con tutto l'affetto possibile nei confronti di uno scrittore. Se Massimiliano Parente pensa che la «mia opera conta più di me» [lettera a Dagospia, 15.09.2008], e noi non abbiamo motivo di dubitare di tale affermazione, sarebbe meglio che la smettesse di collocarsi sullo stesso piano – anche linguistico, anche sintattico – di Aldo Busi, perché il confronto lo restituirebbe malconcio.

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sabato, agosto 09, 2008

mi è arrivata una lettera che mi chiede del Foglio - e io mi levo un paio di sassolini

Caro Ordine Generale, ogni tanto capito sulle tue pagine e sono sincero nel dichiararti di non essere un tuo fedele lettore. Più che altro mi interessa quanto scrivi circa il mondo dell'editoria e dei giornali, mondo che a quanto pare sta a cuore a tutti e due. E ti chiedo, siccome da più parti in rete e non girano le voci più disparate, se sai qualcosa circa una presunta «crisi» del Foglio.

Andrea

Caro Andrea, grazie per la sincerità: nel tuo dire che non lo sei, mi confermi che esistono alcuni lettori che possono essere considerati «fedeli», e immagino siano quei 50-60 che ogni dì, per le due settimane di vacanza che mi sono preso e di cui vi ho dato pronta comunicazione, hanno continuato a cliccare sul blog, magari per rileggersi roba d'archivio o magari per verificare una mia eventuale burla. Detto questo, ti ringrazio anche per la lettera e il suo contenuto; mi servi con un assist micidiale una di quelle che, in linguaggio tecnico, immagino si chiamino «palle gol» golosissime: parlare del Foglio, giornale che mi è tanto caro, e della sua presunta situazione. Situazione che non ti posso né confermare né, purtroppo, smentire, almeno per quello che ne so io e che immagino sia lo stesso che sai anche tu – il solito chiacchiericcio che gira per la rete e che alcuni vorrebbero travestito da informazione seria e documentata. E il chiacchiericcio dice che Il Foglio non navigherebbe in buone acque, ma magari sono solo insinuazioni messe in giro da qualche buontempone che, letto di Ubaldo Casotto al Riformista e di – pare – un'altra partenza eccellente (il capo dell'economia Marco Ferrante), non ha avuto niente di meglio da fare che alimentare la voce. La voce, però, pare essere alimentata anche da quelli del Foglio, a spulciare e mettere insieme dichiarazioni sparse qua e là: prima l'editoriale di Giuliano Ferrara [Il Foglio 04.08.2008 – pag.1] sul taglio ai finanziamenti pubblici per l'editoria («al nostro bilancio fanno comodo i due milioni di euri che dovrebbero venire a mancare in seguito ai tagli della manovra triennale di Giulio Tremonti»), poi una frase all'interno della rubrica Reunion sul sito del giornale che, in un contesto di celebrazione del quotidiano telematico americano The Politico, recitava: «faremo la stessa fine?» [Mattia Ferraresi, Reunion del 05.08.2008 – qui]. Infine, il suggello al dubbio è venuto dal mensile principe dell'editoria italiana, Prima Comunicazione, che sul numero di luglio scrive quanto segue: «non si è mai vista una così repentina caduta d'interesse per un giornale che fino a ieri il suo variegato ma vigile lettorato usava come eccitante e reagente quotidiano [...] la risposta alla fine dell'estate. O alla fine» - vedi caro Andrea se anche a te vengono i brividi su quel «alla fine». Di sicuro, ma proprio di sicuro, fino ad ora c'è solo una cosa: la carta molto più leggera sulla quale il quotidiano viene stampato nella sua edizione del sabato, quella con l'inserto culturale, che potrebbe far pensare ad un effettiva intenzione di risparmiare un po' di soldi. [nota ai blogger fini di palato, quelli per i quali la carta ora è «diafana da leggerci le righe stampate sul rovescio [...] Se sputi, ora la buchi»: ho qui accanto a me una copia del New York Times fresca fresca dall'America, omaggio di un amico che conosce fin troppo bene i miei feticismi. E, si badi bene, dico New York Times e non Herald Tribune come se ne trovano in tutte le edicole d'Italia. Beh, la carta di suddetta bibbia del giornalismo fa di gran lunga più cagare di quella del Foglio di un po' di sabati a questa parte, ma ad una scadenza della carta nessuno potrebbe mai far corrispondere una scadenza nella qualità].
Ma la «palla gol» arrivatami con il tuo
assist non si esaurisce in questo – per fortuna, perché adesso arriva la parte bella, finalmente un po' maliziosetta, che da giorni avevo sul groppone e che stamattina, poi capirai, si è decisa finalmente ad uscire dalla bocca. Ammettiamo che sia vero, e cioè che il quotidiano di Ferrara abbia veramente carenza di liquidi e che magari il Cav. - tramite la signora Veronica – non voglia fare un'iniezione di ricostituente nelle casse del giornale. Ammettiamolo, seppur per assurdo. Ammesso? Bene. Stamattina vado in edicola, prendo il Foglio e vado a pag. 4, quella delle lettere e – ogni tanto, di sabato – quella che ospita anche la rubrica di Pierluigi Diaco Dj & Ds. E cosa scrive oggi il signorino Diaco? Per il secondo sabato consecutivo ci fa sapere di essere in vacanza nel Salento, che uno non può più nemmeno essere a casa con la gioia di non sapere dove cazzo fosse finito. Poi, siccome il nostro è un po' così e gli piace prendere ispirazione dai maestri dello stile un po' frou frou, ci fa sapere di aver finito le sigarette e di girare mezza Puglia per trovare quelle da lui più gradite. E si badino bene due cose: la tournée – ce ne frega assai, ma tant'è – è «a bordo di una Subaru» appartenente ad un signore convinto alla bisogna grazie ad una «discreta somma di denaro mista a simpatia varia», dal che si deduce che il proprietario di Subaru in questione sia, oltre che parecchio squattrinato, anche dotato di scarso senso dell'umorismo. La seconda cosa da badare bene è questa: le sigarette che Diaco ha finito sono le «Goluase senza filtro». Esatto, scritto proprio «Goluase» e non ho nemmeno provato a prendere in considerazione l'ipotesi che Diaco abbia dettato la rubrica a qualcuno della redazione e questo qualcuno abbia commesso il refuso, semplicemente perché al Foglio sono deliziosamente snob su queste cose e sanno che si scrive «Gauloises». Ricordate che vi ho appena fatto ammettere, seppur per assurdo, che al Foglio abbiano problemi di soldi? Bene, secondo voi, in quella situazione, ne butterebbero altri per pagare una rubrica a Diaco nel quale non viene detto un cazzo di intelligente, si fa una marchetta al Corriere prima e alla Candida Morvillo neo-direttrice di Novella 2000 poi («leggere il Corriere di Mieli e Novella della Morvillo senza Goluase...»), si accusa il governatore della Puglia Nicky Vendola di non aver fornito sigarette ai tabaccai – giuro! - e nessuno che dica a Diaco che potrebbe comprarsi una stecca, la prossima volta, o cambiare marca o semplicemente smetterla di inventarsi certe cazzate perché a corto di argomenti? Dico, un giornale senza soldi ne butta via altri per queste cose – e per far ricercare a Luca Sofri delle parole su Wikipedia per poi pubblicarne la descrizione su un paginone ogni domenica? Suvvia.
Saluti.

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martedì, agosto 05, 2008

d'estate si leggono le brevi

[1] Il mio pensiero circa il finanziamento pubblico all’editoria è stato più volte messo agli atti – qui l’ultima e più esaustiva puntata. Quindi che dire del taglio previsto dal Governo? Dispiace, se è vero come sembra che tante testate – e quindi tanto pluralismo, e mica per dire – rischiano di sparire. La mia posizione, però, è quella di Giuliano Ferrara esposta sul Foglio [04.08.2008 – pag.1], ovvero sì alla richiesta di mantenere o ripristinare i contributi ma no a battaglie ideologiche («Perdere la faccia, oltre ai contributi, questo no, cari compagni»), posizione meglio ancora declinata da Adriano Sofri [Piccola Posta – 05.08.2008]: «evitiamo pure proclami narcisisti e campagne ideologiche, ma rivendichiamo di conservare, o ripristinare, i contributi alla piccola editoria politica». Poi Sofri cita il manifesto, Liberazione e Il Secolo d’Italia ad esempio di editoria politica: il manifesto non è propriamente organo di partito – La Padania invece lo è a tutti gli effetti, ma Sofri dimentica chissà perché di citarla – ma il discorso comunque fila lo stesso. Sofri inoltre maramaldeggia anche con Pannella e Bordin in merito alla questione che eventuali tagli ai finanziamenti non colpirebbero Radio Radicale per il pubblico servizio che essa svolge di trasmissione delle sedute parlamentari e dei congressi dei partiti tutti. E qui dico: nota la mia posizione sui finanziamenti, posizione assolutamente a favore – nei limiti dei casi furto, ovvio – e noto che non ho voglia di guardare quanto ha preso Radio Radicale l’ultima volta, né so quanto questa cifra sia determinata dal «servizio pubblico» che svolge, mi chiedo: se taglio deve essere, che lo sia per tutti allo stesso modo altrimenti siamo punto e a capo (ovviamente togliere i finanziamenti al – chessò – Corriere non cambierebbe un bel nulla, perché la testata non è, diciamo, «a rischio» scomparsa). Quindi colpisca anche Radio Radicale per quella parte di servizio rimanente alla sottrazione della trasmissione delle sedute parlamentari. Capisco, parrebbe poco ragionevole. Ma poco ragionevoli sono anche i tagli al finanziamento pubblico all’editoria, e poco ragionevole per poco ragionevole, forse è il caso di ragionare. Il Presidente della Camera, Gianfranco Fini, ha poi dichiarato che «è una strana forma di libertà quella di chi è libero in ragione del denaro che riceve dallo stato», e allora è il caso di ripetersi: non è «strana» ma è più pura e cristallina della libertà altrettanto dichiarata da chi poi ha alle spalle un editore con i suoi cazzi di interessi che non sono – quasi – mai i cazzi di interessi del lettore.

[2] Pare che l’Unione Europea voglia che sia commercializzata una sigaretta che, nel caso di mancata aspirazione per un minuto, si spegne da sola. Questo, nelle intenzioni, dovrebbe portare ad un «risparmio» di un paio di migliaia di vite l’anno, ovviamente sottratte non alle malattie correlate al fumo, ma agli incendi e ai soffocamenti causa sonno impellente ed incontrollato del tabagista. Una cagata, me lo si consenta: presa una boccata, ci si può addormentare entro un minuto da quella successiva, se si ha veramente sonno. E un tizzone ardente, che si smoccola dalla sigaretta e va a finire sul tappeto, o sul plaid o su quello che volete voi, ci mette ancora meno a scatenare un incendio.

[3] «(Adnkronos) - Furto nell'abitazione estiva di Walter Veltroni sul lungomare di Sabaudia (Latina). Secondo una prima ricostruzione i ladri avrebbero forzato la porta d'ingresso e rubato un computer portatile, una videocamera, un i-Pod e circa 600 euro. Sul posto sono a lavoro gli agenti della polizia scientifica per i rilievi del caso». Questa l’agenzia, nella sua telegraficità e nel suo informare. Ora: sono da poco stato al mare, a casa mia, in un posto oggettivamente più bello e meno cafone di Sabaudia. Anche casa mia, come quella di Veltroni, sta sul lungomare: una posizione che di sera mi invidiereste tutti, si sentono le onde, i profumi della macchia mediterranea, spira sempre un venticello che non vi dico e non passa anima viva. E, sempre come a Veltroni, anche a me sono entrati in casa i ladri durante il soggiorno – nel mentre, compravo frutta fresca. Ma, a differenza di Veltroni, non mi hanno ciulato il telefonino, il televisore né tanto meno due iPod, un computer portatile e molto più che 600 euro in contanti; si sono portati via un po’ di bigiotteria-specchietto-per-le-allodole e una non più recente macchina fotografica digitale. Ah, da me sono arrivati solo i carabinieri, la scientifica ho preferito lasciarla nelle sue faccende affaccendata – molto più importanti delle mie, scommetterei.

[4] Dopo solo un anno di vita chiude la Tv delle Libertà, esperimento televisivo per metà satellitare e per metà in onda su circuiti locali ad opera dei pare defunti Circoli di Michela Vittoria Brambilla. Checché ne dica il fu direttore Medail, 6-700 ascoltatori al giorno non mi sembrano tutto questo grande successo. D’altronde il palinsesto – ad esclusione di lunghe e ricche rassegne stampa – pareva una via di mezzo tra la televendita e i microfoni aperti di Radio Popolare, con giusto i filtri alle bestemmie. Veltroni – Youdem, solo perché un nome più imbecille non c’era – e D’Alema – RedTV – stiano attenti. Qui, intanto, apriamo le scommesse sulla loro durata.

[5] Il nuovo di Beck, Modern Guilt, è un bel disco. Non vi metto il link truffaldino ad Amazon o ad iTunes perché non becco una lira, io!, a farvi questa segnalazione.

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giovedì, luglio 10, 2008

dai commenti.

Ripubblico qui sotto, in corpo piccolo, a complemento di quest’altra cosa.

Secondo me il tuo parere a riguardo è distorto da una cosa. Dici di apprezzare l'Opinione, di volerlo comprare anche ad un prezzo doppio e tieni in considerazione il fatto che, senza il finanziamento pubblico, potrebbe chiudere ma allo stesso tempo sei quasi sicuro che l'imprenditore dietro la casa editrice ci saprebbe fare e la cessazione delle pubblicazioni sarebbe scongiurata. Questo perchè, comunque, vende 10.000 copie. Ed è proprio qui che ti sbagli: vendesse 10 mila copie, sarebbe molto probabilmente come dici te. Il fatto è che ne vende meno, molto meno: nelle parole del suo direttore, durante la famigerata inchiesta di Report circa il finanziamento pubblico all'editoria, l'Opinione vende «all'incirca 3-4 mila copie» (dovresti trovare ancora il video su YouTube per la conferma). Dubito che in un paio di anni il giornale sia riuscito a più che raddoppiare le sue vendite, anzi: notoriamente, i dati di vendita dati dai direttori - e soprattutto in un contesto come quello dell'inchiesta, dove se dichiaravi di vendere pochissimo eri automaticamente sotto accusa - sono da prendere un po' con le pinze, in quanto gonfiatucci (anche Ferrara dice di vendere 12 mila copie del Foglio, ma dubito). Inoltre, per venduto spesso si intende anche il regalato (almeno, per la ripartizione del finanziamento pubblico il regalato conta come il venduto): ti assicuro che in una piccola radio locale hanno ricevuto - gratis - per tre mesi interi ogni giorno due (2!) copie dell'Opinione, ovviamente senza né averne fatta richiesta né conoscere la testata - me li leggevo io, intanto, visto che nelle edicole è dura trovarlo.

Detto questo, nessuno vorrebbe mai togliere una voce importante come quella di Diaconale - come dici giustamente tu, una delle poche liberali - dal panorama editoriale italiano, ma senza il finanziamento pubblico questo accadrebbe quasi certamente.

Ancora convinto che sia così tanto sbagliato? A questo punto preferisco finanziare anche il manifesto se serve ad avere tante altre testate.

Sacrosanto il discorso sulle testate fantasma, ma è un'altra cosa: lì si parla di fogli che non vengono distribuiti, che sono ad uso interno (ricordo una specie di quotidiano di una sigla sindacale) o che vengono addirittura distribuiti come volantini giusto per fare numero. Mi pare, tra l'altro, di aver letto che una delle prime proposte di Bonaiuti - delega all'editoria - sia stata quella di fissare insindacabili criteri quali la stampa e la distribuzione per poter accedere ai finanziamenti pubblici.

Saluti.

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martedì, luglio 08, 2008

Finanziamento pubblico all'editoria: io dico sì.

L’autore del blog Liberalista, ispirato da sinceri moti di liberalismo e di liberismo, si chiede se l’italiano medio lettore di quotidiani sarebbe disposto a pagare una copia del suo giornale 1,20 euro anziché l’euro tondo tondo che la maggior parte dei giornali italiani costa a copia. Il ragionamento che sta alla base della domanda è molto semplice: fatti due calcoli, in questo modo si potrebbe eliminare il finanziamento pubblico alla stampa senza che gli editori ci perdano, con conseguente diminuzione delle tasse a carico dei cittadini. Ciò che non si capisce è altro: i conti di Liberalista – e non abbiamo motivo di pensare che siano sbagliati – stimano in 30 euro annue – su circa 15.000 - la quantità di tasse versata a causa del finanziamento pubblico all’editoria da un capofamiglia operaio, quindi da un rappresentante del ceto «basso». Francamente non mi sembra una cifra che possa fare la differenza anche in un periodo di crisi – è traducibile, per dire, nella famosa formula «un euro al giorno» grazie alla quale lo stesso operaio poi si indebita comprando materassi, pentole, il trentesimo telefono cellulare, il mega televisore al plasma e così via, solamente che l’euro al giorno per il finanziamento pubblico alla stampa è da calcolarsi per un mese e non per quindici anni.

Ma sappiamo che è giusto l’assunto secondo il quale uno stato liberale deve sempre e comunque abbassare le imposte, seppur di un euro al giorno per un mese per i ceti più poveri. Ciò detto, l’idea di togliere il finanziamento pubblico ai quotidiani continua a non stare in piedi, e proprio a causa di quel pluralismo di voci – che Liberalista pone tra virgolette, quasi a volerlo screditare - fondamentale in una democrazia. In Italia sono pochi i giornali che continuerebbero a vivere, e dignitosamente, senza il finanziamento pubblico, e sono quelli che fanno capo a grandi o medi gruppi editoriali che rappresentano un singolo grande imprenditore quando va bene, o un enorme azionariato di interessi personali nell’altra ipotesi. Pensiamo a come sarebbe se, per dire, solo i quattro o cinque più grandi quotidiani nazionali – mi riferisco a Corriere della Sera, La Repubblica, La Stampa, Il Sole 24 Ore, Il Messaggero e forse ancora un paio – dovessero sopravvivere e tutti gli altri, tolto l’ossigeno fornito dallo Stato, si avviassero ad una lenta agonia per poi stramazzare al suolo: siamo sicuri che sarebbe meglio? Siamo sicuri che sarebbe lo stesso se, anziché avere tante voci magari piccole ma che contribuiscono ad un sincero dibattito, avessimo tanti megafoni conformati tra loro o referenti dei grandi azionisti che ne controllano i loro editori? Siamo sicuri che togliere il pluralismo di voci sia persino meglio che dileggiarlo mettendolo tra virgolette?

Scrive Liberalista a sostegno della sua tesi: «se nemmeno i comunisti comprano il manifesto, perché dovrei finanziarlo io?», e qui vengono richiamate tutte le cooperative e tutti gli organi di partito – veri o presunti, grandi o piccoli – che affollano il mercato editoriale italiano. Una premessa è comunque d’obbligo, e cioè anche i «piccoli» quotidiani non vivono solo di finanziamento statale: molti di essi, infatti, esauriti i soldi, chiudono o vengono assorbiti da altre testate (pesco, dal mucchio, l’esempio più clamoroso degli ultimi cinque anni, ovvero l’Indipendente nato e morto tre o quattro volte ed ora «reincarnatosi» in Liberal di Ferdinando Adornato).  Questo per dire che il rischio d’impresa continua ad esserci: segno che «se un prodotto tira», per dirlo con Liberalista, vive o muore sia esso finanziato o no. E poi, mi si segua, se io non voglio finanziare l’Unità perché sta anni luce da quello che è il mio pensiero, per quale motivo un lettore di Liberazione dovrebbe finanziare l’Opinione che, con tutto il rispetto per Arturo Diaconale e per il foglio spesso interessante che dirige, vende molto ma molto meno del manifesto, di suo perennemente a rischio chiusura? Il perché è molto semplice: perché in una democrazia è giusto che vengano finanziati tutti i giornali che ne abbiano i requisiti, indipendentemente da quello che è il mio pensiero politico, culturale o intellettuale. Semmai, bisognerebbe andare ad indagare proprio sui requisiti per accedere al finanziamento, e far sparire i fogli farsa utili solo a nascondere truffe ai danni dello Stato e che, non contribuendo al pluralismo di voci in vita, non contribuirebbero nemmeno al suo disfacimento in caso di morte. Ma è un altro discorso, molto diverso.

Forse ho  però capito dove si vuole andare a parare: c’è in ballo un equiparazione molto di moda nella cosiddetta «blogosfera», e cioè il desiderio di essere paragonati se non in prestigio almeno in funzione ai quotidiani «classici», senza considerare che sarebbe una sciagura se il mestiere di blogger pur preciso e puntiglioso – e, perché no?, bravo – andasse a sostituire quello del giornalista. Scrive infatti Liberalista che se non si vuole proprio eliminare il finanziamento pubblico all’editoria, allora lui troverà il modo di trasformare il suo blog in una testata politica e inizierà a prendersi il suo bravo finanziamento, che ha già quantificato in «5-6 milioni di euro». Al di là del fatto che per essere testata bisogna registrarsi al tribunale, e ci vuole un direttore responsabile e non è proprio una cosa semplice, mi viene solo un dubbio: e il povero operaio? Non vorrei che, iniziando ad abbeverarmi alla fonte, me ne fregassi della provenienza dell'acqua.

In un vecchio editoriale del Foglio, spesso citato a torto come l’emblema dell’inutilità del finanziamento pubblico all’editoria da parte dei soliti tromboni che poi vivono grazie al lavoro svolto per quotidiani finanziati dallo Stato, era scritto che «l’esperienza ultradecennale di un piccolo giornale d’opinione come il nostro, che vive anche grazie al contributo pubblico, dimostra che i soldi dello stato spesso garantiscono il pluralismo, tengono a bada le lobby e aiutano a restare indipendenti dalla folla» (Il Foglio, 20.06.2008 – pag.3). In questa frase sta spiegato tutto sul perché il finanziamento pubblico all’editoria è importante. E poi, quel «restare indipendenti dalla folla» mi garba proprio, associa l’idea di indipendenza ad una fugace spruzzata di anarchia e di sano conformismo (di questi tempi, il vero anticonformismo): io, noi, diversi dalla folla. Tu non trovi, Liberalista

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giovedì, novembre 29, 2007

per non far torto a nessuno

Perché non aggiungere anche che ieri, stazione della metropolitana di S. Ambrogio a Milano, distribuivano buoni per ritirare il Corriere in edicola, aggratis ovviamente? E che alla radio dove collaboro arrivano, da un paio di settimane a questa parte, due copie al giorno – ovviamente identiche – de l’Opinione?

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