affettuosità editorial-musicali.
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«Chi si muove suda e perde di vista la carriera. Rossella non ha mai sudato tranne che nella sauna». Così Vittorio Feltri [Libero, 06.03.2009 – p.1] anticipa la possibile (?) futura direzione di Carlo Rossella al Corriere della Sera.
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Sia detto senza giudicare i motivi che l'hanno spinto a scrivere quella lettera, e con tutto l'affetto possibile nei confronti di uno scrittore. Se Massimiliano Parente pensa che la «mia opera conta più di me» [lettera a Dagospia, 15.09.2008], e noi non abbiamo motivo di dubitare di tale affermazione, sarebbe meglio che la smettesse di collocarsi sullo stesso piano – anche linguistico, anche sintattico – di Aldo Busi, perché il confronto lo restituirebbe malconcio.
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Caro Ordine Generale, ogni tanto capito sulle tue pagine e sono sincero nel dichiararti di non essere un tuo fedele lettore. Più che altro mi interessa quanto scrivi circa il mondo dell'editoria e dei giornali, mondo che a quanto pare sta a cuore a tutti e due. E ti chiedo, siccome da più parti in rete e non girano le voci più disparate, se sai qualcosa circa una presunta «crisi» del Foglio.
Caro Andrea, grazie per la sincerità: nel tuo dire che non lo sei, mi confermi che esistono alcuni lettori che possono essere considerati «fedeli», e immagino siano quei 50-60 che ogni dì, per le due settimane di vacanza che mi sono preso e di cui vi ho dato pronta comunicazione, hanno continuato a cliccare sul blog, magari per rileggersi roba d'archivio o magari per verificare una mia eventuale burla. Detto questo, ti ringrazio anche per la lettera e il suo contenuto; mi servi con un assist micidiale una di quelle che, in linguaggio tecnico, immagino si chiamino «palle gol» golosissime: parlare del Foglio, giornale che mi è tanto caro, e della sua presunta situazione. Situazione che non ti posso né confermare né, purtroppo, smentire, almeno per quello che ne so io e che immagino sia lo stesso che sai anche tu – il solito chiacchiericcio che gira per la rete e che alcuni vorrebbero travestito da informazione seria e documentata. E il chiacchiericcio dice che Il Foglio non navigherebbe in buone acque, ma magari sono solo insinuazioni messe in giro da qualche buontempone che, letto di Ubaldo Casotto al Riformista e di – pare – un'altra partenza eccellente (il capo dell'economia Marco Ferrante), non ha avuto niente di meglio da fare che alimentare la voce. La voce, però, pare essere alimentata anche da quelli del Foglio, a spulciare e mettere insieme dichiarazioni sparse qua e là: prima l'editoriale di Giuliano Ferrara [Il Foglio 04.08.2008 – pag.1] sul taglio ai finanziamenti pubblici per l'editoria («al nostro bilancio fanno comodo i due milioni di euri che dovrebbero venire a mancare in seguito ai tagli della manovra triennale di Giulio Tremonti»), poi una frase all'interno della rubrica Reunion sul sito del giornale che, in un contesto di celebrazione del quotidiano telematico americano The Politico, recitava: «faremo la stessa fine?» [Mattia Ferraresi, Reunion del 05.08.2008 – qui]. Infine, il suggello al dubbio è venuto dal mensile principe dell'editoria italiana, Prima Comunicazione, che sul numero di luglio scrive quanto segue: «non si è mai vista una così repentina caduta d'interesse per un giornale che fino a ieri il suo variegato ma vigile lettorato usava come eccitante e reagente quotidiano [...] la risposta alla fine dell'estate. O alla fine» - vedi caro Andrea se anche a te vengono i brividi su quel «alla fine». Di sicuro, ma proprio di sicuro, fino ad ora c'è solo una cosa: la carta molto più leggera sulla quale il quotidiano viene stampato nella sua edizione del sabato, quella con l'inserto culturale, che potrebbe far pensare ad un effettiva intenzione di risparmiare un po' di soldi. [nota ai blogger fini di palato, quelli per i quali la carta ora è «diafana da leggerci le righe stampate sul rovescio [...] Se sputi, ora la buchi»: ho qui accanto a me una copia del New York Times fresca fresca dall'America, omaggio di un amico che conosce fin troppo bene i miei feticismi. E, si badi bene, dico New York Times e non Herald Tribune come se ne trovano in tutte le edicole d'Italia. Beh, la carta di suddetta bibbia del giornalismo fa di gran lunga più cagare di quella del Foglio di un po' di sabati a questa parte, ma ad una scadenza della carta nessuno potrebbe mai far corrispondere una scadenza nella qualità].
Ma la «palla gol» arrivatami con il tuo assist non si esaurisce in questo – per fortuna, perché adesso arriva la parte bella, finalmente un po' maliziosetta, che da giorni avevo sul groppone e che stamattina, poi capirai, si è decisa finalmente ad uscire dalla bocca. Ammettiamo che sia vero, e cioè che il quotidiano di Ferrara abbia veramente carenza di liquidi e che magari il Cav. - tramite la signora Veronica – non voglia fare un'iniezione di ricostituente nelle casse del giornale. Ammettiamolo, seppur per assurdo. Ammesso? Bene. Stamattina vado in edicola, prendo il Foglio e vado a pag. 4, quella delle lettere e – ogni tanto, di sabato – quella che ospita anche la rubrica di Pierluigi Diaco Dj & Ds. E cosa scrive oggi il signorino Diaco? Per il secondo sabato consecutivo ci fa sapere di essere in vacanza nel Salento, che uno non può più nemmeno essere a casa con la gioia di non sapere dove cazzo fosse finito. Poi, siccome il nostro è un po' così e gli piace prendere ispirazione dai maestri dello stile un po' frou frou, ci fa sapere di aver finito le sigarette e di girare mezza Puglia per trovare quelle da lui più gradite. E si badino bene due cose: la tournée – ce ne frega assai, ma tant'è – è «a bordo di una Subaru» appartenente ad un signore convinto alla bisogna grazie ad una «discreta somma di denaro mista a simpatia varia», dal che si deduce che il proprietario di Subaru in questione sia, oltre che parecchio squattrinato, anche dotato di scarso senso dell'umorismo. La seconda cosa da badare bene è questa: le sigarette che Diaco ha finito sono le «Goluase senza filtro». Esatto, scritto proprio «Goluase» e non ho nemmeno provato a prendere in considerazione l'ipotesi che Diaco abbia dettato la rubrica a qualcuno della redazione e questo qualcuno abbia commesso il refuso, semplicemente perché al Foglio sono deliziosamente snob su queste cose e sanno che si scrive «Gauloises». Ricordate che vi ho appena fatto ammettere, seppur per assurdo, che al Foglio abbiano problemi di soldi? Bene, secondo voi, in quella situazione, ne butterebbero altri per pagare una rubrica a Diaco nel quale non viene detto un cazzo di intelligente, si fa una marchetta al Corriere prima e alla Candida Morvillo neo-direttrice di Novella 2000 poi («leggere il Corriere di Mieli e Novella della Morvillo senza Goluase...»), si accusa il governatore della Puglia Nicky Vendola di non aver fornito sigarette ai tabaccai – giuro! - e nessuno che dica a Diaco che potrebbe comprarsi una stecca, la prossima volta, o cambiare marca o semplicemente smetterla di inventarsi certe cazzate perché a corto di argomenti? Dico, un giornale senza soldi ne butta via altri per queste cose – e per far ricercare a Luca Sofri delle parole su Wikipedia per poi pubblicarne la descrizione su un paginone ogni domenica? Suvvia.
Saluti.
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[1] Il mio pensiero circa il finanziamento pubblico all’editoria è stato più volte messo agli atti – qui l’ultima e più esaustiva puntata. Quindi che dire del taglio previsto dal Governo? Dispiace, se è vero come sembra che tante testate – e quindi tanto pluralismo, e mica per dire – rischiano di sparire. La mia posizione, però, è quella di Giuliano Ferrara esposta sul Foglio [04.08.2008 – pag.1], ovvero sì alla richiesta di mantenere o ripristinare i contributi ma no a battaglie ideologiche («Perdere la faccia, oltre ai contributi, questo no, cari compagni»), posizione meglio ancora declinata da Adriano Sofri [Piccola Posta – 05.08.2008]: «evitiamo pure proclami narcisisti e campagne ideologiche, ma rivendichiamo di conservare, o ripristinare, i contributi alla piccola editoria politica». Poi Sofri cita il manifesto, Liberazione e Il Secolo d’Italia ad esempio di editoria politica: il manifesto non è propriamente organo di partito –
[2] Pare che l’Unione Europea voglia che sia commercializzata una sigaretta che, nel caso di mancata aspirazione per un minuto, si spegne da sola. Questo, nelle intenzioni, dovrebbe portare ad un «risparmio» di un paio di migliaia di vite l’anno, ovviamente sottratte non alle malattie correlate al fumo, ma agli incendi e ai soffocamenti causa sonno impellente ed incontrollato del tabagista. Una cagata, me lo si consenta: presa una boccata, ci si può addormentare entro un minuto da quella successiva, se si ha veramente sonno. E un tizzone ardente, che si smoccola dalla sigaretta e va a finire sul tappeto, o sul plaid o su quello che volete voi, ci mette ancora meno a scatenare un incendio.
[3] «(Adnkronos) - Furto nell'abitazione estiva di Walter Veltroni sul lungomare di Sabaudia (Latina). Secondo una prima ricostruzione i ladri avrebbero forzato la porta d'ingresso e rubato un computer portatile, una videocamera, un i-Pod e circa 600 euro. Sul posto sono a lavoro gli agenti della polizia scientifica per i rilievi del caso». Questa l’agenzia, nella sua telegraficità e nel suo informare. Ora: sono da poco stato al mare, a casa mia, in un posto oggettivamente più bello e meno cafone di Sabaudia. Anche casa mia, come quella di Veltroni, sta sul lungomare: una posizione che di sera mi invidiereste tutti, si sentono le onde, i profumi della macchia mediterranea, spira sempre un venticello che non vi dico e non passa anima viva. E, sempre come a Veltroni, anche a me sono entrati in casa i ladri durante il soggiorno – nel mentre, compravo frutta fresca. Ma, a differenza di Veltroni, non mi hanno ciulato il telefonino, il televisore né tanto meno due iPod, un computer portatile e molto più che 600 euro in contanti; si sono portati via un po’ di bigiotteria-specchietto-per-le-allodole e una non più recente macchina fotografica digitale. Ah, da me sono arrivati solo i carabinieri, la scientifica ho preferito lasciarla nelle sue faccende affaccendata – molto più importanti delle mie, scommetterei.
[4] Dopo solo un anno di vita chiude
[5] Il nuovo di Beck, Modern Guilt, è un bel disco. Non vi metto il link truffaldino ad Amazon o ad iTunes perché non becco una lira, io!, a farvi questa segnalazione.
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Ripubblico qui sotto, in corpo piccolo, a complemento di quest’altra cosa.
Secondo me il tuo parere a riguardo è distorto da una cosa. Dici di apprezzare l'Opinione, di volerlo comprare anche ad un prezzo doppio e tieni in considerazione il fatto che, senza il finanziamento pubblico, potrebbe chiudere ma allo stesso tempo sei quasi sicuro che l'imprenditore dietro la casa editrice ci saprebbe fare e la cessazione delle pubblicazioni sarebbe scongiurata. Questo perchè, comunque, vende 10.000 copie. Ed è proprio qui che ti sbagli: vendesse 10 mila copie, sarebbe molto probabilmente come dici te. Il fatto è che ne vende meno, molto meno: nelle parole del suo direttore, durante la famigerata inchiesta di Report circa il finanziamento pubblico all'editoria, l'Opinione vende «all'incirca 3-4 mila copie» (dovresti trovare ancora il video su YouTube per la conferma). Dubito che in un paio di anni il giornale sia riuscito a più che raddoppiare le sue vendite, anzi: notoriamente, i dati di vendita dati dai direttori - e soprattutto in un contesto come quello dell'inchiesta, dove se dichiaravi di vendere pochissimo eri automaticamente sotto accusa - sono da prendere un po' con le pinze, in quanto gonfiatucci (anche Ferrara dice di vendere 12 mila copie del Foglio, ma dubito). Inoltre, per venduto spesso si intende anche il regalato (almeno, per la ripartizione del finanziamento pubblico il regalato conta come il venduto): ti assicuro che in una piccola radio locale hanno ricevuto - gratis - per tre mesi interi ogni giorno due (2!) copie dell'Opinione, ovviamente senza né averne fatta richiesta né conoscere la testata - me li leggevo io, intanto, visto che nelle edicole è dura trovarlo.
Detto questo, nessuno vorrebbe mai togliere una voce importante come quella di Diaconale - come dici giustamente tu, una delle poche liberali - dal panorama editoriale italiano, ma senza il finanziamento pubblico questo accadrebbe quasi certamente.
Ancora convinto che sia così tanto sbagliato? A questo punto preferisco finanziare anche il manifesto se serve ad avere tante altre testate.
Sacrosanto il discorso sulle testate fantasma, ma è un'altra cosa: lì si parla di fogli che non vengono distribuiti, che sono ad uso interno (ricordo una specie di quotidiano di una sigla sindacale) o che vengono addirittura distribuiti come volantini giusto per fare numero. Mi pare, tra l'altro, di aver letto che una delle prime proposte di Bonaiuti - delega all'editoria - sia stata quella di fissare insindacabili criteri quali la stampa e la distribuzione per poter accedere ai finanziamenti pubblici.
Saluti.
Etichette: editoria, finanziamenti pubblici

L’autore del blog Liberalista, ispirato da sinceri moti di liberalismo e di liberismo, si chiede se l’italiano medio lettore di quotidiani sarebbe disposto a pagare una copia del suo giornale 1,20 euro anziché l’euro tondo tondo che la maggior parte dei giornali italiani costa a copia. Il ragionamento che sta alla base della domanda è molto semplice: fatti due calcoli, in questo modo si potrebbe eliminare il finanziamento pubblico alla stampa senza che gli editori ci perdano, con conseguente diminuzione delle tasse a carico dei cittadini. Ciò che non si capisce è altro: i conti di Liberalista – e non abbiamo motivo di pensare che siano sbagliati – stimano in 30 euro annue – su circa 15.000 - la quantità di tasse versata a causa del finanziamento pubblico all’editoria da un capofamiglia operaio, quindi da un rappresentante del ceto «basso». Francamente non mi sembra una cifra che possa fare la differenza anche in un periodo di crisi – è traducibile, per dire, nella famosa formula «un euro al giorno» grazie alla quale lo stesso operaio poi si indebita comprando materassi, pentole, il trentesimo telefono cellulare, il mega televisore al plasma e così via, solamente che l’euro al giorno per il finanziamento pubblico alla stampa è da calcolarsi per un mese e non per quindici anni.
Ma sappiamo che è giusto l’assunto secondo il quale uno stato liberale deve sempre e comunque abbassare le imposte, seppur di un euro al giorno per un mese per i ceti più poveri. Ciò detto, l’idea di togliere il finanziamento pubblico ai quotidiani continua a non stare in piedi, e proprio a causa di quel pluralismo di voci – che Liberalista pone tra virgolette, quasi a volerlo screditare - fondamentale in una democrazia. In Italia sono pochi i giornali che continuerebbero a vivere, e dignitosamente, senza il finanziamento pubblico, e sono quelli che fanno capo a grandi o medi gruppi editoriali che rappresentano un singolo grande imprenditore quando va bene, o un enorme azionariato di interessi personali nell’altra ipotesi. Pensiamo a come sarebbe se, per dire, solo i quattro o cinque più grandi quotidiani nazionali – mi riferisco a Corriere della Sera,
Scrive Liberalista a sostegno della sua tesi: «se nemmeno i comunisti comprano il manifesto, perché dovrei finanziarlo io?», e qui vengono richiamate tutte le cooperative e tutti gli organi di partito – veri o presunti, grandi o piccoli – che affollano il mercato editoriale italiano. Una premessa è comunque d’obbligo, e cioè anche i «piccoli» quotidiani non vivono solo di finanziamento statale: molti di essi, infatti, esauriti i soldi, chiudono o vengono assorbiti da altre testate (pesco, dal mucchio, l’esempio più clamoroso degli ultimi cinque anni, ovvero l’Indipendente nato e morto tre o quattro volte ed ora «reincarnatosi» in Liberal di Ferdinando Adornato). Questo per dire che il rischio d’impresa continua ad esserci: segno che «se un prodotto tira», per dirlo con Liberalista, vive o muore sia esso finanziato o no. E poi, mi si segua, se io non voglio finanziare l’Unità perché sta anni luce da quello che è il mio pensiero, per quale motivo un lettore di Liberazione dovrebbe finanziare l’Opinione che, con tutto il rispetto per Arturo Diaconale e per il foglio spesso interessante che dirige, vende molto ma molto meno del manifesto, di suo perennemente a rischio chiusura? Il perché è molto semplice: perché in una democrazia è giusto che vengano finanziati tutti i giornali che ne abbiano i requisiti, indipendentemente da quello che è il mio pensiero politico, culturale o intellettuale. Semmai, bisognerebbe andare ad indagare proprio sui requisiti per accedere al finanziamento, e far sparire i fogli farsa utili solo a nascondere truffe ai danni dello Stato e che, non contribuendo al pluralismo di voci in vita, non contribuirebbero nemmeno al suo disfacimento in caso di morte. Ma è un altro discorso, molto diverso.
Forse ho però capito dove si vuole andare a parare: c’è in ballo un equiparazione molto di moda nella cosiddetta «blogosfera», e cioè il desiderio di essere paragonati se non in prestigio almeno in funzione ai quotidiani «classici», senza considerare che sarebbe una sciagura se il mestiere di blogger pur preciso e puntiglioso – e, perché no?, bravo – andasse a sostituire quello del giornalista. Scrive infatti Liberalista che se non si vuole proprio eliminare il finanziamento pubblico all’editoria, allora lui troverà il modo di trasformare il suo blog in una testata politica e inizierà a prendersi il suo bravo finanziamento, che ha già quantificato in «5-6 milioni di euro». Al di là del fatto che per essere testata bisogna registrarsi al tribunale, e ci vuole un direttore responsabile e non è proprio una cosa semplice, mi viene solo un dubbio: e il povero operaio? Non vorrei che, iniziando ad abbeverarmi alla fonte, me ne fregassi della provenienza dell'acqua.
In un vecchio editoriale del Foglio, spesso citato a torto come l’emblema dell’inutilità del finanziamento pubblico all’editoria da parte dei soliti tromboni che poi vivono grazie al lavoro svolto per quotidiani finanziati dallo Stato, era scritto che «l’esperienza ultradecennale di un piccolo giornale d’opinione come il nostro, che vive anche grazie al contributo pubblico, dimostra che i soldi dello stato spesso garantiscono il pluralismo, tengono a bada le lobby e aiutano a restare indipendenti dalla folla» (Il Foglio, 20.06.2008 – pag.3). In questa frase sta spiegato tutto sul perché il finanziamento pubblico all’editoria è importante. E poi, quel «restare indipendenti dalla folla» mi garba proprio, associa l’idea di indipendenza ad una fugace spruzzata di anarchia e di sano conformismo (di questi tempi, il vero anticonformismo): io, noi, diversi dalla folla. Tu non trovi, Liberalista?
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Perché non aggiungere anche che ieri, stazione della metropolitana di S. Ambrogio a Milano, distribuivano buoni per ritirare il Corriere in edicola, aggratis ovviamente? E che alla radio dove collaboro arrivano, da un paio di settimane a questa parte, due copie al giorno – ovviamente identiche – de l’Opinione?
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