sabato, agosto 23, 2008

esilaranze.

«A l'Unità avevano fatto fare la cronaca nera pure a Stefano Bocconetti, ora a Liberazione. All'opera, forse ne sapeva meno di me. Così un giorno si trovò sul luogo del delitto. Avevano ucciso un usuraio. Saggiamente, Bocconetti taceva. Ascoltava le riflessioni dei suoi colleghi – tutti esperti di storia di mala e di delittacci, bestiacce da questura: “Mah, questo prestava i soldi a strozzo...certo, ha fatto 'sta fine prestando i soldi a strozzo...”. Bocconetti decise che era il momento di una sensata proposta: “Aò, allora annamo a cerca' 'sto Strozzo...”.»

Stefano Di Michele
«Le luci dell'Unità», Il Foglio 23.08.2008 pag.I

Etichette:

È tornata in gran splendore. E questa volta lascia intendere, non si sa se più o meno consapevolmente, che i blog concorrono a «formare il circuito informativo.»

Etichette:

all'italiano morto il gelato piaceva al pistacchio.

Ieri, mentre sfogliavo i giornali, pensavo a come fosse un po' squallido quel voler sottolineare a tutti i costi che Domenico Riso, lo steward italiano che ha perso la vita nel tragico incidente aereo in Spagna, fosse in volo insieme al suo fidanzato e al figlio di quest'ultimo. Squallido perché quella precisazione in prima pagina aveva tutta l'aria di essere un surplus inutile. Inutile e persino pruriginoso: come se il suo essere omosessuale, strillato a quella maniera, fosse un motivo di dolore in più; come se scrivere «amico del cuore» (La Stampa), anziché non scrivere nulla, non andasse ad alimentare gemiti e risolini; come se il dichiarare «in apertura» la sua omosessualità fosse un modo per considerarla «normale», quando invece mi è parso il metodo perfetto per presentarla come «diversità». Insomma, tra me e me pensavo che sarebbe bello un giornalismo che non sottolinei questi aspetti totalmente estranei alle vicende, e che dia invece le notizie per quel che sono; di più, che riesca a dare le informazioni più intime e private, se proprio deve, durante la ricostruzione dell'accaduto e senza doverle «sparare» in prima pagina perché suonano in qualche modo sensazionali – per chi poi?, forse per le malelingue del paesello, della cui esistenza le cronache informavano. Dunque ero certo, ieri, che le associazioni omosessuali si sarebbero incazzate a causa di questa cosa.

Stamattina, mentre sfogliavo i giornali, sono rimasto dunque allibito nell'apprendere che le associazioni omosessuali si sono sì incazzate, ma per il motivo esattamente opposto: secondo loro non sono state usate le giuste parole per dare risalto al fatto che la vittima fosse in viaggio con il suo fidanzato e il figlio di questo, quasi che i giornalisti abbiano avuto un certo senso del pudore nel riportare la notizia, «perbenismo» dice l'Arcigay. E sia mai che gli passasse per la testa che l'«informazione» non esisteva ma la si è voluta creare lo stesso. Francesco Merlo (La Repubblica, 23.08.2008) ha scritto a tal proposito che «la sessualità, rispetto a quell'atroce tragedia, è un dettaglio insignificante». Che è, per giunta da un pulpito cosiddetto «progressista» e quindi non tacciabile di fobia alcuna, quello che sto cercando di spiegare anche io: si trattava di una non informazione - ma il suo giornale ieri il «dettaglio insignificante» l'ha comunque inserito in cronaca.

Ho concluso che, nella mia vita, che io sia eterosessuale, omosessuale o bisessuale, non farò mai parte di alcuna associazione di categoria che pretenda di rappresentarmi in nome dei miei gusti sessuali. O dei miei gusti in generale, ché mi dispiacerebbe se qualcuno pretendesse di far mettere in bella evidenza che a quelli come me il gelato piace al pistacchio – se dovessi restarci, un gusto come un altro, no? Facendo gli scongiuri.

Etichette: , ,

venerdì, agosto 22, 2008

e chi siamo noi?

Scrive Enrico Romagna-Manoja, in un editoriale sul settimanale che dirige [Il Mondo, 29.08.2008 – pag. 9], che «dimostra un provincialismo antiquato» la mossa di Berlusconi, il quale ha chiesto ai suoi ministri di parlare in italiano durante gli incontri con i colleghi stranieri, e ha dato ordine a Franco Frattini di opporsi qualora l'Unione Europea decidesse di utilizzare solo l'inglese, il francese e il tedesco come lingue di lavoro. All'apparenza Romagna-Manoja parrebbe aver ragione. È difficile trovarsi in disaccordo con il direttore sul fatto che l'inglese sia un idioma «universalmente accettato in tutte le sedi come il mezzo di comunicazione più diffuso»: è vero, non è una boutade giornalistica del ferragosto. Così come non vi è nulla da dire circa il fatto che l'Italia «abbia sempre prestato pochissima attenzione al problema delle lingue straniere»: basta farsi un giro per i primi tre gradi di scuola – elementari, medie, superiori e talvolta pure università - per rendersene conto. Ma polemica per polemica – ché i giornali, si sa, ad agosto qualcosa da scrivere devono pur trovarla, e io con loro – mi piacerebbe aggiungere un paio di considerazioni. Dire che l'istruzione – e, aggiungo io, la mentalità – italiane non prestano attenzione nei confronti delle lingue straniere è corretto; ma citare «il nostro morboso e patetico attaccamento scolastico alle lingue morte come il latino e il greco» come causa di ciò mi pare quantomeno ingeneroso: costruzioni logiche e cultura inculcateci dalla professoressa del latino, ai tempi del liceo, sono merce rara, più del sapere il tedesco o lo spagnolo. Seconda osservazione: l'inglese, come lingua di lavoro va bene, e non servirebbe altro se anche i nostri politici la conoscessero bene; ma qui pare che la Commissione stia mettendo sullo stesso piano dell'inglese anche il tedesco e il francese. Tre lingue di lavoro per ventisette paesi equivalgono comunque ad un pollaio, e fa sentire privilegiati Berlino o Parigi a scapito di tutti – Roma compresa. A questo punto, stanti così le cose, giusto chiedere che venga introdotto anche l'italiano, lingua di grande fascino per gli stranieri. E chi siamo, il buco del culo dell'Europa pseudounita?

Etichette: ,

giovedì, agosto 21, 2008

Comitato Olimpico Infantile

Se si parla di qualcuno, è sempre bene che questo venga presentato al lettore. Ebbene, qui si vorrebbe parlare del Cio, il Comitato Olimpico Internazionale, ovvero quell'organo che dal 1984 si preoccupa di – cito da Wikipedia - «far rinascere i giochi olimpici dell'Antica Grecia». Questa la biografia, poi gli elementi di cronaca, ultimo e più importante questo: per Pechino 2008 il Cio aveva inizialmente pensato di escludere gli atleti iracheni perché non gli piaceva il modo con cui il governo di Baghdad – governo democraticamente eletto – aveva sciolto il comitato olimpico iracheno, dando in carico le questioni relative ai giochi al ministero delle politiche giovanili e delle attività sportive. Lo stesso Cio, per dire, ad Atene 2004 aveva ammesso – seppur in extremis – gli atleti iracheni alla competizione, seppur fosse accertato da tempo che un certo Udai Hussein – che di Saddam era figlio – da presidente del comitato olimpico iracheno era solito servirsi di metodi di tortura per, diciamo così, «motivare» i suoi atleti . Allora andava bene prendere gli atleti e non dire una parola sulle vergognose pratiche a cui erano stati sottoposti, oggi con un governo democratico che affida la gestione dei giochi a un suo ministero, no. La questione, visto poi lo sgomento generale per una decisione scellerata, si è risolta con un compromesso: squadra irachena presente, ma dimezzata per numero (e quindi penalizzata in alcune discipline: il maratoneta Mahmoud Kamil Ahmed è dovuto rimanere a casa, dove intanto terroristi sunniti hanno ucciso 27 membri della sua famiglia). Questo è il Cio, e per tacere della scelta di Pechino per questa edizione. E dopo le presentazioni, l'ultima novità: avete presente Usain Bolt, quel simpatico ventiduenne giamaicano che in una manciata di giorni ha preso due medaglie d'oro e ha frantumato due record mondiali, sui 100 e sui 200 metri? Quel ragazzone che corre con le scarpe slacciate, che dice di mangiare pollo fritto prima delle gare e che tanto è fiero della sua terra d'origine? Impossibile non averlo presente, è l'indubbia star di queste olimpiadi sottotono e stamane stava sulle prime pagine di tutti i giornali di tutti i paesi del mondo. Bene, il Cio, per bocca del presidente di turno, il belga Jacuqes Rogge, ha detto che i suoi festeggiamenti, a fine gara, sono irrispettosi nei confronti degli avversari, i quali ne uscirebbero derisi e che il giovane atleta da questo punto di vista «deve ancora maturare». Esatto, gli stessi avversari che ieri, dopo che Bolt ha stabilito il nuovo record mondiale dei 200 metri, gli correvano incontro e con un impeto di sincera sportività lo abbracciavano e gli tributavano i giusti omaggi, sarebbero stati «sfottuti» da un paio di passi di danza abbozzati a fine corsa dal campione. Anche un simpatico, e solitamente pacato, giornalista come Giacomo Crosa, oggi nel collegamento da Pechino durante l'edizione delle 13 del Tg5 era infuriato per tanto sputo gratuito sulla vittoria di un giovane campione. Questo è il Cio, e a corredo del post non troverete i tradizionali cinque cerchi, perché il comitato detiene i diritti su di essi e non vorremmo che venisse a recriminare il dovuto. Poi ci si chiede perché le olimpiadi stanno facendo schifo un po' a tutti.

Etichette: , ,

mercoledì, agosto 20, 2008

piange il telefonino - ve l'avevo detto.

Permettetemelo, almeno una volta: io vi avevo avvisato. Già, quando l'allora ministro Bersani, con le celebri «lenzuolate» aveva proposto una serie di liberalizzazioni (o pseudo tali), tra cui l'abolizione del costo delle ricariche telefoniche per i cellulari, io ve l'avevo detto che era una cosa ingiusta, e che prima o poi avremmo pagato. Di più, per rafforzare la mia tesi, vi avevo anche spiegato come il decreto che sanciva i termini dell'abolizione dei costi fosse una mossa populista – per far contenti, all'apparenza, i milioni di utenti – e molto illiberale, con un governo che si premurava di fare le tariffe di compagnie private e che, se proprio avesse avuto a cuore il portafoglio del cittadino, avrebbe potuto eliminare la tassa statale che ancora grava sui possessori di abbonamento telefonico mobile con bolletta anziché con ricarica. Ma quelli sono soldi che finiscono nelle tasche dello stato, non in quelle di Tim o Vodafone, e che gusto c'è a tagliuzzarli?

Ma ritorniamo a noi, e fatemelo ripetere: vi avevo avvisato. Quando tutti eravate contenti di non avere il costo di ricarica aggiuntivo, io andavo ripetendo che nel giro di poco tempo le compagnie telefoniche avrebbero «ritoccato» le loro tariffe, perché i soldi persi in qualche modo sono da riguadagnare. E così è stato: se Wind e Tre ritoccarono le loro tariffe fin da subito, ma in modo tale che il rincaro fosse per l'utente accettabile, Tim e Vodafone ora spingono sull'acceleratore, e ritoccano con un range percentuale che va dal 33 al 125% (Libero Mercato – 20.08.2008 – pag.3 qui trovate anche una tabella con la comparazione nuove/vecchie tariffe). E avvisano gli utenti del cambiamento dei piani tariffari con un sms, nei giorni più caldi di agosto; il Garante per le telecomunicazioni ha dei dubbi riguardo la modalità di comunicazione, ma figuriamoci se nei contratti mai letti e subito firmati dagli utenti non stava scritto che le comunicazioni possono avvenire anche con questo mezzo un po' infingardo. E le varie associazioni dei consumatori insorgono: non è possibile aumentare di così tanto. Ma, di grazia, dove stavano Garante e Codacons all'epoca delle lenzuolate di Bersani, quando io e altri più autorevoli di me venivamo additati – fate una ricerca sul blog di “ricarica” e leggetevi i commenti – come degli uccellacci del malaugurio, mentre i fatti ora dimostrano la nostra ragione?

Etichette: ,

lunedì, agosto 18, 2008

ossessioni falliche, leghismi, Premi-streghismi e lobbismi - le solite brevi estive

1. Le ossessioni per le cose solitamente si manifestano con la repulsione dell'oggetto dell'ossessione. Non sono uno psicologo, ma dovrebbe funzionare così. Più noi siamo ossessionati da una cosa – morbosamente ossessionati – e più cerchiamo di darle una connotazione negativa le innumerevoli volte che la citiamo. Cerchiamo, insomma, di farla apparire una cosa brutta, che non si deve fare, ai limiti del disgustoso, per sviare l'attenzione degli altri e goderci tutta la nostra magnifica ossessione. Non è per caso lo stesso comportamento della signora apparentemente bacchettona, sempre pronta a condannare pubblicamente qualunque sussulto di lussuria al grido di «no, io no!» e poi la si scopre reginetta del pompino con ingoio? La signorina Guzzanti, ha recentemente riportato sul suo blog una barzelletta, non si sa se frutto della sua fantasia o di qualcuno che si è imparato la predica a memoria un mesetto fa in Piazza Navona, che fa così: «Berlusconi dice: “la crisi si fa sentire, è il momento di stringere i denti. Mara tu no.”». È evidente, nel continuo far riferimento a fatti presunti, presuntissimi e dunque inesistenti fino a prova contraria, fatti che vedono coinvolti – nella calunnia più che nella realtà – il Presidente del Consiglio e un Ministro del suo governo – è evidente, dicevo, la presenza di un'ossessione tipica, e non parrebbe nei confronti del ministro Carfagna.

2. Pranzavo, oggi, e conversavo con i commensali. Si parlava di Lega Nord e di Umberto Bossi quando ho sbottato e fatto solenne promessa, davanti a tutti, che al prossimo giro se il centrodestra, in qualunque sua incarnazione che non sia ovviamente peggiore di questa, si dovesse ripresentare alleato – in qualunque modo, sia pure un semplice apparentamento – con i leghisti, diserterò le urne.

3. Ho letto, come molti suppongo, La solitudine dei numeri primi (Mondadori, 2008, 303 pagg., 18.00 €), il libro di Paolo Giordano che ha vinto l'ultima edizione del Premio Strega. E, terminata la lettura, mi sono chiesto il perché di questo cedimento: sono solito tenermi snobisticamente lontano da best seller, dai primi posti delle classifiche – di qualunque classifica – e soprattutto dai premi letterari. Diciamo che ho subìto l'effetto «Io uccido», dall'omonimo romanzo di debutto di Giorgio Faletti che tutti hanno letto – qualcuno magari di nascosto – seppur in pochi lo ammettano. Ma ritorniamo al romanzo di Giordano. Che sia un debutto potrebbe essere la scusante migliore per il giudizio finale che mi sono fatto, anche se poi bisognerebbe giustificare in qualche modo la vittoria allo Strega (giustificare in qualche modo nel senso di: non vale tirare fuori la solita storia della «lottizzazione» del premio da parte delle principali case editrici italiane, per cui quest'anno sarebbe toccato a Mondadori e l'anno scorso però pure, e il teorema si sgonfia). Quindi: è un debutto, con tutti i suoi limiti intrinseci. E presenta una storia di per sé banale, senza grandi sviluppi e senza nemmeno andare a sviscerare meglio le caratteristiche tòpiche dei personaggi principali, sulla carta molto più interessanti di quello che poi risultano essere al proseguire della lettura. La cosa che proprio non quadra quando si arriva alla conclusione è però un'altra perché, mannaggia!, la lettura scorre che è un piacere e durante sembra ci si affezioni ai personaggi e, quasi, anche all'autore – e questo, in definitiva, credo che sia l'unico segreto dell'enorme successo editorial-commerciale. La cosa che non quadra, e che rende il romanzo incredibilmente incompiuto seppur in cima ai pensieri dell'ufficio marketing della Mondadori che l'ha pompato fino ai risultati che tutti conosciamo, è un'altra: come si fa a far sposare una ragazza e un medico, e sviluppare la storia in modo tale che il medico scopre che la moglie è anoressica dopo quattro anni di matrimonio, e dopo un primo appuntamento durante il quale quel pomodoro ripieno... – stop! perché là fuori ci può essere qualcuno che non ha ancora letto il libro. E poi, il ragazzo Giordano risulta essere eccessivamente pedante con le sue nozioni di fisica sparacchiate qua e là durante tutta la storia. Che fosse uno studiato l'avevamo capito anche noi comuni mortali e senza un dottorato di fisica all'Università di Torino.

4. Questa storia di thepiratebay.org che sta uscendo in questi giorni è agghiacciante. Agghiacciante non perché si voglia a tutti i costi difendere chi scarica musica gratuitamente – per usare un eufemismo – dalla Rete, ma perché in Italia esiste una procura che impiega tempo e mezzi per contrastare questo e non altri, e ben più gravi, reati. A pensar male, si potrebbe dire che dietro c'è una qualche lobby che «spinge» per un certo tipo di indagini. Ripeto: agghiacciante; ne potete leggere in modo dettagliato sul blog lastknight.com. Per quello che conta, il mio pensiero sul download illegale rimane sempre lo stesso.

Etichette: , , , , ,

lunedì, agosto 11, 2008

e poi non mi si dica che il blog non è anche un po' diario dei cazzi miei

Correggevo alcune bozze svaccato sul letto, un lavoraccio che non vi sto nemmeno a dire se è vero – come è vero – che quella roba poi non finisce su Ordine Generale e richiede un'attenzione tutta speciale – plof! Dicevo: correggevo delle bozze svaccato sul letto, un caldo terribile e una pausa sigaretta che scandiva le ore. Nel frattempo, per alleviare la fatica di tutto questo che è capitato l'11 di agosto, quando l'Italia intera è – al massimo! - alle prese con dilemmi del tipo «cocomero o melone?», ho messo in lista Bird & Diz di Charlie Parker con Dizzy Gillespie, l'ultimo Yellowjackets per rendermi conto che siamo nel 2008 e poi, resomi effettivamente conto della cosa, in sequenza ininterrotta Blue Train, My Favourite Things e Giant Steps di John Coltrane. Or ora, mentre digito, siamo a 3'43'' del brano «Spiral».

Etichette:

sabato, agosto 09, 2008

mi è arrivata una lettera che mi chiede del Foglio - e io mi levo un paio di sassolini

Caro Ordine Generale, ogni tanto capito sulle tue pagine e sono sincero nel dichiararti di non essere un tuo fedele lettore. Più che altro mi interessa quanto scrivi circa il mondo dell'editoria e dei giornali, mondo che a quanto pare sta a cuore a tutti e due. E ti chiedo, siccome da più parti in rete e non girano le voci più disparate, se sai qualcosa circa una presunta «crisi» del Foglio.

Andrea

Caro Andrea, grazie per la sincerità: nel tuo dire che non lo sei, mi confermi che esistono alcuni lettori che possono essere considerati «fedeli», e immagino siano quei 50-60 che ogni dì, per le due settimane di vacanza che mi sono preso e di cui vi ho dato pronta comunicazione, hanno continuato a cliccare sul blog, magari per rileggersi roba d'archivio o magari per verificare una mia eventuale burla. Detto questo, ti ringrazio anche per la lettera e il suo contenuto; mi servi con un assist micidiale una di quelle che, in linguaggio tecnico, immagino si chiamino «palle gol» golosissime: parlare del Foglio, giornale che mi è tanto caro, e della sua presunta situazione. Situazione che non ti posso né confermare né, purtroppo, smentire, almeno per quello che ne so io e che immagino sia lo stesso che sai anche tu – il solito chiacchiericcio che gira per la rete e che alcuni vorrebbero travestito da informazione seria e documentata. E il chiacchiericcio dice che Il Foglio non navigherebbe in buone acque, ma magari sono solo insinuazioni messe in giro da qualche buontempone che, letto di Ubaldo Casotto al Riformista e di – pare – un'altra partenza eccellente (il capo dell'economia Marco Ferrante), non ha avuto niente di meglio da fare che alimentare la voce. La voce, però, pare essere alimentata anche da quelli del Foglio, a spulciare e mettere insieme dichiarazioni sparse qua e là: prima l'editoriale di Giuliano Ferrara [Il Foglio 04.08.2008 – pag.1] sul taglio ai finanziamenti pubblici per l'editoria («al nostro bilancio fanno comodo i due milioni di euri che dovrebbero venire a mancare in seguito ai tagli della manovra triennale di Giulio Tremonti»), poi una frase all'interno della rubrica Reunion sul sito del giornale che, in un contesto di celebrazione del quotidiano telematico americano The Politico, recitava: «faremo la stessa fine?» [Mattia Ferraresi, Reunion del 05.08.2008 – qui]. Infine, il suggello al dubbio è venuto dal mensile principe dell'editoria italiana, Prima Comunicazione, che sul numero di luglio scrive quanto segue: «non si è mai vista una così repentina caduta d'interesse per un giornale che fino a ieri il suo variegato ma vigile lettorato usava come eccitante e reagente quotidiano [...] la risposta alla fine dell'estate. O alla fine» - vedi caro Andrea se anche a te vengono i brividi su quel «alla fine». Di sicuro, ma proprio di sicuro, fino ad ora c'è solo una cosa: la carta molto più leggera sulla quale il quotidiano viene stampato nella sua edizione del sabato, quella con l'inserto culturale, che potrebbe far pensare ad un effettiva intenzione di risparmiare un po' di soldi. [nota ai blogger fini di palato, quelli per i quali la carta ora è «diafana da leggerci le righe stampate sul rovescio [...] Se sputi, ora la buchi»: ho qui accanto a me una copia del New York Times fresca fresca dall'America, omaggio di un amico che conosce fin troppo bene i miei feticismi. E, si badi bene, dico New York Times e non Herald Tribune come se ne trovano in tutte le edicole d'Italia. Beh, la carta di suddetta bibbia del giornalismo fa di gran lunga più cagare di quella del Foglio di un po' di sabati a questa parte, ma ad una scadenza della carta nessuno potrebbe mai far corrispondere una scadenza nella qualità].
Ma la «palla gol» arrivatami con il tuo
assist non si esaurisce in questo – per fortuna, perché adesso arriva la parte bella, finalmente un po' maliziosetta, che da giorni avevo sul groppone e che stamattina, poi capirai, si è decisa finalmente ad uscire dalla bocca. Ammettiamo che sia vero, e cioè che il quotidiano di Ferrara abbia veramente carenza di liquidi e che magari il Cav. - tramite la signora Veronica – non voglia fare un'iniezione di ricostituente nelle casse del giornale. Ammettiamolo, seppur per assurdo. Ammesso? Bene. Stamattina vado in edicola, prendo il Foglio e vado a pag. 4, quella delle lettere e – ogni tanto, di sabato – quella che ospita anche la rubrica di Pierluigi Diaco Dj & Ds. E cosa scrive oggi il signorino Diaco? Per il secondo sabato consecutivo ci fa sapere di essere in vacanza nel Salento, che uno non può più nemmeno essere a casa con la gioia di non sapere dove cazzo fosse finito. Poi, siccome il nostro è un po' così e gli piace prendere ispirazione dai maestri dello stile un po' frou frou, ci fa sapere di aver finito le sigarette e di girare mezza Puglia per trovare quelle da lui più gradite. E si badino bene due cose: la tournée – ce ne frega assai, ma tant'è – è «a bordo di una Subaru» appartenente ad un signore convinto alla bisogna grazie ad una «discreta somma di denaro mista a simpatia varia», dal che si deduce che il proprietario di Subaru in questione sia, oltre che parecchio squattrinato, anche dotato di scarso senso dell'umorismo. La seconda cosa da badare bene è questa: le sigarette che Diaco ha finito sono le «Goluase senza filtro». Esatto, scritto proprio «Goluase» e non ho nemmeno provato a prendere in considerazione l'ipotesi che Diaco abbia dettato la rubrica a qualcuno della redazione e questo qualcuno abbia commesso il refuso, semplicemente perché al Foglio sono deliziosamente snob su queste cose e sanno che si scrive «Gauloises». Ricordate che vi ho appena fatto ammettere, seppur per assurdo, che al Foglio abbiano problemi di soldi? Bene, secondo voi, in quella situazione, ne butterebbero altri per pagare una rubrica a Diaco nel quale non viene detto un cazzo di intelligente, si fa una marchetta al Corriere prima e alla Candida Morvillo neo-direttrice di Novella 2000 poi («leggere il Corriere di Mieli e Novella della Morvillo senza Goluase...»), si accusa il governatore della Puglia Nicky Vendola di non aver fornito sigarette ai tabaccai – giuro! - e nessuno che dica a Diaco che potrebbe comprarsi una stecca, la prossima volta, o cambiare marca o semplicemente smetterla di inventarsi certe cazzate perché a corto di argomenti? Dico, un giornale senza soldi ne butta via altri per queste cose – e per far ricercare a Luca Sofri delle parole su Wikipedia per poi pubblicarne la descrizione su un paginone ogni domenica? Suvvia.
Saluti.

Etichette: , ,

venerdì, agosto 08, 2008

merda d'artista post-contemporanea sul tuo iPhone

Piero Manzoni - Merda d'Artista

Se sia una cosa da gonzi, o meno, non è dato a sapersi. O meglio, visti i tempi che corrono, la sua funzione – che sta tutta nel suo motivo d'essere – potrebbe cambiare nel giro di un quarto d'ora. Sta di fatto che «I Am Rich» è la prima vera e propria opera d'arte post-contemporanea, qualunque cosa questa etichetta – ora nel calderone insieme alle altre – voglia dire. O, se si preferisce, la manzoniana «merda d'artista» dei nostri tempi post-moderni. Si tratta di un'applicazione per iPhone, acquistabile sul sito della Apple, che non serve a nulla se non ad installare un'icona a forma di rubino sul prodotto tecnologico del momento. 999,99 dollari, il massimo consentito dalla casa di Steve Jobs per le applicazioni, è il suo prezzo. O, per meglio dire, era: otto gli acquirenti, dopodiché la Apple ha deciso di toglierla dal mercato. Come dire, non una produzione in serie ma una vera e propria opera d'arte.

Etichette: , ,

martedì, agosto 05, 2008

d'estate si leggono le brevi

[1] Il mio pensiero circa il finanziamento pubblico all’editoria è stato più volte messo agli atti – qui l’ultima e più esaustiva puntata. Quindi che dire del taglio previsto dal Governo? Dispiace, se è vero come sembra che tante testate – e quindi tanto pluralismo, e mica per dire – rischiano di sparire. La mia posizione, però, è quella di Giuliano Ferrara esposta sul Foglio [04.08.2008 – pag.1], ovvero sì alla richiesta di mantenere o ripristinare i contributi ma no a battaglie ideologiche («Perdere la faccia, oltre ai contributi, questo no, cari compagni»), posizione meglio ancora declinata da Adriano Sofri [Piccola Posta – 05.08.2008]: «evitiamo pure proclami narcisisti e campagne ideologiche, ma rivendichiamo di conservare, o ripristinare, i contributi alla piccola editoria politica». Poi Sofri cita il manifesto, Liberazione e Il Secolo d’Italia ad esempio di editoria politica: il manifesto non è propriamente organo di partito – La Padania invece lo è a tutti gli effetti, ma Sofri dimentica chissà perché di citarla – ma il discorso comunque fila lo stesso. Sofri inoltre maramaldeggia anche con Pannella e Bordin in merito alla questione che eventuali tagli ai finanziamenti non colpirebbero Radio Radicale per il pubblico servizio che essa svolge di trasmissione delle sedute parlamentari e dei congressi dei partiti tutti. E qui dico: nota la mia posizione sui finanziamenti, posizione assolutamente a favore – nei limiti dei casi furto, ovvio – e noto che non ho voglia di guardare quanto ha preso Radio Radicale l’ultima volta, né so quanto questa cifra sia determinata dal «servizio pubblico» che svolge, mi chiedo: se taglio deve essere, che lo sia per tutti allo stesso modo altrimenti siamo punto e a capo (ovviamente togliere i finanziamenti al – chessò – Corriere non cambierebbe un bel nulla, perché la testata non è, diciamo, «a rischio» scomparsa). Quindi colpisca anche Radio Radicale per quella parte di servizio rimanente alla sottrazione della trasmissione delle sedute parlamentari. Capisco, parrebbe poco ragionevole. Ma poco ragionevoli sono anche i tagli al finanziamento pubblico all’editoria, e poco ragionevole per poco ragionevole, forse è il caso di ragionare. Il Presidente della Camera, Gianfranco Fini, ha poi dichiarato che «è una strana forma di libertà quella di chi è libero in ragione del denaro che riceve dallo stato», e allora è il caso di ripetersi: non è «strana» ma è più pura e cristallina della libertà altrettanto dichiarata da chi poi ha alle spalle un editore con i suoi cazzi di interessi che non sono – quasi – mai i cazzi di interessi del lettore.

[2] Pare che l’Unione Europea voglia che sia commercializzata una sigaretta che, nel caso di mancata aspirazione per un minuto, si spegne da sola. Questo, nelle intenzioni, dovrebbe portare ad un «risparmio» di un paio di migliaia di vite l’anno, ovviamente sottratte non alle malattie correlate al fumo, ma agli incendi e ai soffocamenti causa sonno impellente ed incontrollato del tabagista. Una cagata, me lo si consenta: presa una boccata, ci si può addormentare entro un minuto da quella successiva, se si ha veramente sonno. E un tizzone ardente, che si smoccola dalla sigaretta e va a finire sul tappeto, o sul plaid o su quello che volete voi, ci mette ancora meno a scatenare un incendio.

[3] «(Adnkronos) - Furto nell'abitazione estiva di Walter Veltroni sul lungomare di Sabaudia (Latina). Secondo una prima ricostruzione i ladri avrebbero forzato la porta d'ingresso e rubato un computer portatile, una videocamera, un i-Pod e circa 600 euro. Sul posto sono a lavoro gli agenti della polizia scientifica per i rilievi del caso». Questa l’agenzia, nella sua telegraficità e nel suo informare. Ora: sono da poco stato al mare, a casa mia, in un posto oggettivamente più bello e meno cafone di Sabaudia. Anche casa mia, come quella di Veltroni, sta sul lungomare: una posizione che di sera mi invidiereste tutti, si sentono le onde, i profumi della macchia mediterranea, spira sempre un venticello che non vi dico e non passa anima viva. E, sempre come a Veltroni, anche a me sono entrati in casa i ladri durante il soggiorno – nel mentre, compravo frutta fresca. Ma, a differenza di Veltroni, non mi hanno ciulato il telefonino, il televisore né tanto meno due iPod, un computer portatile e molto più che 600 euro in contanti; si sono portati via un po’ di bigiotteria-specchietto-per-le-allodole e una non più recente macchina fotografica digitale. Ah, da me sono arrivati solo i carabinieri, la scientifica ho preferito lasciarla nelle sue faccende affaccendata – molto più importanti delle mie, scommetterei.

[4] Dopo solo un anno di vita chiude la Tv delle Libertà, esperimento televisivo per metà satellitare e per metà in onda su circuiti locali ad opera dei pare defunti Circoli di Michela Vittoria Brambilla. Checché ne dica il fu direttore Medail, 6-700 ascoltatori al giorno non mi sembrano tutto questo grande successo. D’altronde il palinsesto – ad esclusione di lunghe e ricche rassegne stampa – pareva una via di mezzo tra la televendita e i microfoni aperti di Radio Popolare, con giusto i filtri alle bestemmie. Veltroni – Youdem, solo perché un nome più imbecille non c’era – e D’Alema – RedTV – stiano attenti. Qui, intanto, apriamo le scommesse sulla loro durata.

[5] Il nuovo di Beck, Modern Guilt, è un bel disco. Non vi metto il link truffaldino ad Amazon o ad iTunes perché non becco una lira, io!, a farvi questa segnalazione.

Etichette: , , , ,