domenica, febbraio 24, 2008

Teo Macero [30.10.1925 - 19.02.2008]

Quando per la prima volta presi in mano “Bitches Brew” di Miles Davis, mi sembrò magnifico. L'aspetto musicale mi era, al momento, ancora sconosciuto, ma già dalla copertina era impossibile rimanere indifferenti. Praticamente, un quadro. Pieno di colori, col cielo azzurro a simboleggiare divagazioni rilassanti, tappeti di organi e un piccolo flirt con l'astrazione contemporanea. E le figure africane, in primo piano, in rappresentanza dei calore, del colore, del ritmo, di quella evoluzione in senso jazz rock che in quell'album sarebbe diventata “completa” per Miles Davis e per tutto il jazz da lì a venire.

Poi, con la passione per quel disco cresciuta con il tempo, uno si documenta. Legge articoli, libri, biografie e scopre ogni volta una sfaccettatura diversa, un passaggio che all'ascolto precedente era apparso diverso, o proprio non era apparso affatto. Merito anche di chi prese le sessions di registrazione, nastri lunghi ed estenuanti, e ne tirò fuori 4 dense facciate di lp tagliando, copiando, incollando, ripetendo, spostando. Trasformando dei semplici nastri magnetici in un disco completo, unico, in “Bitches Brew”. La persona che fece tutto questo, e non una ma svariate volte nella carriera di Miles, era Teo Macero.

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giovedì, novembre 29, 2007

vote for Miles

Ben Ratliff, sul New York Times, recensendo l’uscita del cofanetto con le sessioni complete di On The Corner, avverte: “Non date questo disco ad una persona cui piace A Kind Of Blue”. Vecchio ammonimento che si tira fuori ogni qualvolta si parla del Miles Davis post In A Silent Way [*]. Vecchio e abusato. Che propongo di sostituire con: non date questo disco al solito jazzofilo con le orecchie foderate di prosciutto, perchè John McLaughin gli potrebbe rovinare il rivestimento.

[*] per dire, l’ammonimento lo si usa sempre per i dischi del periodo “elettrico” di Miles Davis. Mai che qualcuno, parlando – chessò – di Nefertiti, avverte che potrebbe non piacere a chi è innamorato di A Kind Of Blue o di Birth Of The Cool. Lì, in fondo, sta ancora quella che per l’ascoltatore medio è la canonicità del jazz.

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