martedì, aprile 14, 2009

Funny the way it is!

Per una settimana la Dave Matthews Band vi regala un’anticipazione dal suo nuovo disco Big Whiskey and The Groo Grux King, in uscita il 2 giugno.

Etichette: ,

sabato, marzo 28, 2009

quella volta che la musica è stata uccisa due volte, e sempre dalle stesse persone

Gino Castaldo, uno dei maggiori critici musicali italiani nonché storico critico musicale de La Repubblica, qualche mese fa ha pubblicato un libricino – un «pamphlet» dicono quelli che ne sanno – di denuncia, una vera e propria (secondo l’autore che ne ha fatto il sottotitolo del suo lavoro) «ode in morte alla musica». Il leggero volumetto («Il buio, il fuoco, il desiderio», Einaudi Stile Libero, 155 pp, 11,50€), che si beve tutto in un fiato, parte da una tesi ben precisa e facilmente intuibile: la musica è morta. Non nel senso che sia morta realmente, ma nel senso che i tempi moderni mancherebbero di una colonna sonora, è tutto un ricicciare il passato e manca l’innovazione vera e propria che possa dare un’impronta a questi primi anni del nuovo secolo. Insomma, manca la rivoluzione musicale che lascerà il segno, di quelle che ciascun decennio precedente al nostro ha, nel bene o nel male, avuto. E questa colonna sonora dei giorni nostri, avverte l’autore, non manca non perché non ci siano «musicisti di valore, molti che a livello individuale soddisfano la dignità della ricerca stilistica» bensì perché l’impressione che il Castaldo ne ricava è «come se qualcuno abbia premuto il tasto “pausa” agli ingranaggi dell’evoluzione culturale» e l’ascoltatore preferirebbe quindi illudersi che questo sia un «meritato letargo» anziché «un pigro abbandono al nulla». La dimostrazione alla tesi viene poi data attraverso una serie di esempi di quando la musica – ovviamente si fa riferimento all’ambito «popular» – è morta in seguito ad avvenimenti storici e il corollario alla dimostrazione, la via di uscita, viene data attraverso varie modalità di come la musica debba essere «liberata, per poterla riascoltare». Per quanto la tesi di Castaldo sia comprensibile, personalmente non la condivido, perché a grattare un po’ il sotto il mainstream, sotto quello che passa il convento, sotto quello che sembra essere l’unico elemento esistente e quindi fruibile, si trova non solo l’innovazione culturale (parolona di per sé fastidiosa), ma anche dell’ottima musica la quale solo per il fatto di non poter essere pubblicata sulle pagine di Repubblica (proprio per la sua provenienza non mainstream) mica vuol dire non possa essere un’ottima colonna sonora dei giorni nostri – e dei giovani nostri, sembra intendere Castaldo, i quali infatti non comprano l’ultimo disco di Mina e molti nemmeno quello degli U2.
Ma il punto di questo post, evidentemente, è un altro. Il libro di Gino Castaldo l’ho comprato sul finire dello scorso anno, appena uscito (quella in mio possesso è la prima edizione – novembre 2008). L’ho letto, come detto, tutto di un fiato. Ne ho apprezzato l’analisi, talvolta anche alcuni sfoghi ma – ripeto – non la tesi di fondo. Quello che interessa a me, ora, è una questione più cronologica che di merito. Ricordate: novembre 2008.
Salto nel tempo. Sul Foglio [28-03-2009, p. IX] Stefania Vitulli scrive una paginata in memoria della musica che fu. Quella dei suoi tempi – par di capire gli anni Ottanta, e il post-punk di Cure e Siouxsie & The Banshees, seppur viene difficile capire come, da adolescenti, insieme ai due gruppi sopracitati quelli della sua generazione avevano anche i Nirvana, ma vabbé. La musica che fu e che ora non si ritrova più nei dischi, semmai nei romanzi scritti da ex artisti del periodo o che hanno per protagonisti personaggi che ascoltano quegli artisti. Una piccola morte della musica anche in questo caso, sebbene sembrerebbe essere una morte della musica che piace alla Vitulli anziché – come nel caso di Castaldo – della musica di massa in generale. Anche qui, però, non entro nel merito più di tanto. Ciò che ha attirato la mia attenzione, nel pezzo della Vitulli, è è il modo in cui la musica è morta, modo che tanto mi ha ricordato qualcosa di già sentito, di già letto – ma di non citato, in mezzo a tante altre parole, questa volta citate e virgolettate, già sentite e già lette. Precisamente, quanto segue (i corsivi sono miei):
perché in fondo [la musica] è morta infinite volte, no? La musica è finita un’infinità di volte: quando Schönberg [sic!] disse che il futuro era “una melodia di timbri”. Quando David Tudor a Woodstock eseguì il silenzio intitolato di Cage 4’33’’. Quand precipitò l’aereo con a bordo Buddy Holly, Richie Valens e Big Bopper Richardson. Quando Sid Vicious è annegato nel vomito, Robert Wyatt è caduto da una finestra, Mark Chapman ha ucciso John Lennon e Eminem ha lasciato che il suo fan Stan si suicidasse prima di aver letto i suoi appelli disperati. E via così.

Urca, se l’avevo già sentito. E mica mi sbagliavo. Prendo in mano il volumetto del Castaldo, apro a p. 6 e leggo (i corsivi sono sempre miei):
La musica è finita un’infinità di volte. È finita quando Schöenberg disse che il futuro era una melodia di timbri [senza il virgolettato attribuibile al compositore]. È finita il 29 agosto del 1952 quando per la prima volta David Tudor (guarda caso a Woodstock) eseguì il silenzio intitolato da Cage [«da» Cage e non «di» Cage, come nel pezzo della Vitulli] 4’33’’, una suite in tre movimenti in cui il pianista si limitava ad abbassare e rialzare il coperchio del pianoforte per segnalare il passaggio tra un movimento e l’altro. È finita quando l’innocenza del rock’n’roll precipitò il 2 febbraio del 1959 con l’aereo che portava a bordo Buddy Holly, Richie Valens (che aveva vinto il posto in aereo giocandoselo a testa o croce col chitarrist Tommy Allsup, usando una moneta da 50 cent) e Big Bopper Richardson. È finita quando i Kraftwerk capirono che anche un’autostrada aveva una sua propria musica da esprimere, è finita nel vomito di Sid Vicious, è finta il primo luglio del 1973, quando Robert Wyatt cadde per motivi mai del tutto chiariti da una finestra del quarto piano, è finita quando Mark Chapman ha ucciso John Lennon, è finita quando i Devo hanno detto che Satisfaction l’avevano scritta loro che i Rolling Stones l’avevano copiata vent’anni prima, è finita quando Fabrizio De André decise di far iniziare Nuvole in sua assenza, annullando se stesso e con sé anche la figura del bardo-cantore, è finita quando Eminem ha lasciato che il suo fan Stan si suicidasse prima di aver letto i suoi appelli disperati, è finita quando si Sigur Rós hanno inventato una propria indecifrabile lingua dichiarando che non aveva alcuna importanza che qualcuno capisse o no quello che stavano cantando.

Al di là di quest’ultima affermazione sulla lingua dei Sigur Rós (il gruppo francese Magma, per dire di un esempio, negli anni Settanta cantava in una lingua inventata, il Koboïano), la considerazione sul chi ha copiato chi è fuori discussione. Ricordate la data del libro di Castaldo, novembre 2008? Bene, la Vitulli che non ha messo le virgolette forse credendo che non fossero necessarie avendo cambiato una preposizione e saltato un paio di gruppi nell’elenco, poteva almeno citare il libro come ha fatto per altri titoli. Una forma di correttezza, nient’altro.

Etichette: , ,

lunedì, marzo 23, 2009

Aan meets Eyes like Saucers, "Kristallivirta"

Prendete due personaggi dell’underground musicale già di loro bizzarri: Jeffrey Knoch, meglio conosciuto come Eyes Like Saucers, e il duo finlandese Jani Hirvonem e Jari Koho, conosciuti invece come Aan. Chiudeteli nel quartier generale degli ultimi due, a Helsinki, e fategli suonare qualcosa che non sia opera loro. Cioè, fate sì che loro creino solamente lo spazio per l’emergere dei suoni, per l’emergere di musica creata con harmonium, oscillatori e percussioni. Quelli che ne capiscono, chiameranno questa cosa «weird folk», ovvero un tipo di musica folk alquanto bizzarro, moderno. A noi, delle definizioni interessa veramente poco. Molto di più, invece, ci affascina la genesi del disco: cinque lunghe improvvisazioni, registrate in un giorno di gennaio del 2008 e date alle stampe mesi dopo per i tipi di Last Visibile Dog. Un viaggio ipnotico e allucinante, dove su tappeti di droni e tessuti elettronici emergono giri percussivi che mandano in trance. Chi vuole – ma non è per tutti – non lo troverà nei negozi, e dovrà per forza farselo arrivare dal suo record store di fiducia o prenderlo direttamente sul sito dell’etichetta. Non preoccupatevi se non vi siete segnati il nome lungo e contorto: rimarrà qui a lato per un po’, nei consigli per gli acquisti.

Etichette:

venerdì, marzo 06, 2009

Un tanto al milione

Stamattina a SkyTG24, a commentare in studio la notizia dell'ennesimo ritorno sulle scene di Michael Jackson, c'era uno dei più pittoreschi, dei più simpatici, dei più storici e – perché no? - anche dei più bravi critici musicali italiani: Paolo Zaccagnini, un uomo chiamato virgola. Certo che però affermare che Thriller abbia venduto «33-34 milioni di dischi» è decisamente impreciso oltre che irrispettoso - milione più, milione meno?. Piacca o meno, a seconda delle fonti si oscilla tra i 100 e i 109 milioni, con la Sony che dichiara di venderne ancora all'incirca 500.000 copie l'anno.

Etichette: , , ,

sabato, dicembre 27, 2008

I've got my radio on and it's playin' the same ol' stupid song

Quest’anno mi sono particolarmente piaciuti:
Counting Crows – Saturday Nights & Sunday Mornings
dEUS – Vantage Point
Extreme – Suadades de Rock
Le Luci della Centrale Elettrica – Canzoni da Spiaggia Deturpata
The Cure – 4:13 Dream
The Dresden Dolls – No, Virginia
The Hellacopters – Head Off

Non mi sono dispiaciuti affatto:
Ac/Dc – Black Ice
Amanda Palmer – Who Killed Amanda Palmer
Bauhaus – Go Away White
Beck – Modern Guilt
Big Blue Ball - omonimo
David Byrne & Brian Eno – Everything That Happens Will Happen Today
Def Leppard – Songs From The Sparkle Lounge
Have A Nice Life - Deathconsciousness
Jesse Malin – On Your Sleeve
Lambchop – Oh (Ohio)
Nick Cave & The Bad Seeds – Dig, Lazarus Dig!!!
Nine Inch Nails – Ghosts I-IV
Portishead – Third
Slipknot – All Hope Is Gone
The Mars Volta – The Bedlam In Goliath
TV On The Radio – Dear Science
Uriah Heep – Wake The Sleeper
Yellowjackets feat. Mike Stern – Lifecycle

Non mi hanno detto nulla – i sopravvalutati:
Destroyer – Trouble In Dreams
Paul Weller – 22 Dreams
Rachael Yamagata – Elephants / Teeth Sinking Into Heart
Cat Power – Jukebox

Da dimenticare:
Asia – Phoenix
Backyard Babies – omonimo
Ginger – Market Harbour

Ciofeche:
Motley Crue – Saints of Los Angeles (a malincuore)
The Wildhearts – Stop Us If You’ve Heard This One Before vol. 1
Queen + Paul Rodgers – The Cosmos Rocks

[Parentesi: le Luci della Centrale Elettrica, ovvero Vasco Brondi coadiuvato da Giorgio Canali (ex CCCP/CSI), hanno fatto un gran bel disco, checché se ne dica ora in Italia. Ho voluto sottolineare ora perché, come spesso capita, fino a quando la cosa rimane moooolto underground sono applausi poi, non appena si ha un minimo di successo che non è decretato né dai passaggi a Scalo 76 (si chiama così quella trasmissione in onda su Rai 2, un po’ patetica e un po’ traino per X Factor?) né dalle ragazzine ai concerti ma in cui evidentemente gioca il suo ruolo una certa qualità, via con gli insulti.]

Etichette: ,

venerdì, dicembre 26, 2008

la stronzata di Natale è stata detta, tutti gli altri si son salvati.

A me Giovanni Allevi non è mai stato sul cazzo, a differenza di quanto succede nel mondo accademico della musica. Loro non lo sopportano, e se gliene chiedi il motivo, mai che tirassero fuori qualcosa di realmente musicale – che pure ci sarebbe da dire. Niente, iniziano un po’ imbarazzati ad ammettere che a loro dà fastidio quel suo modo un po’ stralunato di porsi durante le interviste, di raccontare come nasce questo o quel pezzo, di “fingere” uno sforzo artistico che invece non ci sarebbe; solo alla fine, quando tu sei lì che li guardi un po’ storto mica per superiorità ma solo perché davvero non capisci le loro argomentazioni, ti dicono qualcosa sulla musica: “è di una banalità sconcertante” – e tu ne capisci un cazzo tale e quale a prima. Prendete la reazione del maestro Uto Ughi [La Stampa, 24.12.2008] il quale, commentando la recente direzione del concerto di Natale al Senato, di Allevi dice che gli provoca “fastidio”, che è “presuntuoso e mai originale”, che “è privo di umiltà”, che è “un nano non solo in confronto a Horowitz, ma anche in confronto a Mina”, che “in altri tempi non sarebbe stato ammesso al Conservatorio”. Minchia, uno come minimo pensa che Ughi stia un po’ rosicando, nella sua casetta di Busto Arsizio, e che il concerto al Senato avrebbe magari voluto dirigerlo lui. Poi arriva la domanda finale, e l’intervistatore chiede all’intervistato di commentare una frase di Allevi che fa così: “La mia musica avrà sulla musica classica lo stesso impatto che l'Islam sta avendo sulla civiltà occidentale”. Ughi risponde, ma non è questo il punto. Il punto, adesso come adesso, è concedere al mondo musicale accademico, ai vecchi tromboni elitari e ghettizzanti della musica colta, di massacrare Allevi. Per favore.

Etichette: , ,

venerdì, dicembre 12, 2008

Lettera aperta a Claudio Trotta: spostate gli eventi fuori dalle città

Gentilissimo Claudio Trotta,
lei è organizzatore di concerti da tempo immemore. Ha portato in Italia, e porta tuttora, alcuni tra i migliori artisti della scena internazionale, oltre ovviamente a organizzare i tour delle più importanti realtà di casa nostra. Non c’entra il singolo gusto specifico di ognuno di noi: a chi ama la musica non overground – perché a parlare di underground si entra in quel fangoso cono d’ombra chiamato snobismo – non importa certo degli artisti di cui lei è promoter, ma è innegabile che anche tra questa tipologia di fan della musica è riconosciuto il ruolo importante che lei svolge, insieme ad alcuni suoi colleghi concorrenti, nel non lasciare la nostra Italia povera nelle manifestazioni musicali di un certo livello.

È increscioso quanto sta succedendo per via del concerto tenuto da Bruce Springsteen lo scorso anno a S. Siro, giusto per citare il caso più famoso e balzato ora alle cronache. È increscioso che succeda questo per via di un manipolo di persone acide, represse e totalmente incuranti della vita artistica di una città, a maggior ragione di una città come Milano che non può permettersi di dormire. È ancora più increscioso perché è un acidume tipico di chi è abituato sempre e solo a brontolare, più per partito preso che per una specifica presa di posizione o convinzione personale; insomma, quel tipo di persona teorizzato qualche anno fa da Samuele Bersani in quella sua canzone dal titolo di “lo scrutatore non votante”, personaggio piatto e incline alla cattiveria e al menefreghismo, quello che “pulisce casa ma non ospita”, “ha comperato la stampante ma non scrive mai una lettera” e “conosce i nomi delle piante che taglia con la sega elettrica”: l’amorfo, in sintesi. Il limite dell’increscioso lo si raggiunge infine se si pensa che i concerti di un certo livello – quelli per cui i soliti brontoloni, appunto, brontolano – sono non più di quattro o cinque all’anno, avvengono in luoghi che già ospitano manifestazioni sportive che richiamano una enorme quantità di gente (nella fattispecie lo stadio di S. Siro o l’Arena Civica) e si eseguono a condizioni tecniche imbarazzanti (leggi: impatto audio inesistente). Certo, il rispetto di tutte le richieste e di tutte le opinioni è fondamentale; e infatti voi organizzatori nell’ambito di certi eventi operate con le mani legate da una serie di divieti e obblighi che a scorrerli viene da sorridere, per usare un eufemismo. Ma dal momento che a conti fatti le autorizzazioni ci sono tutte e tutto è in regola, perché siete organizzatori seri e scrupolosi e conoscete fin troppo bene come vanno certe cose, non è più il caso di parlare del rispetto del parere di una minoranza bensì di una minoranza che rompe le palle, ingiustamente, ad una maggioranza. Detto questo, non posso che solidarizzare con lei e con quanti, in un futuro o per cose successe in passato, correranno il rischio di trovarsi nella sua stessa situazione.

Accetti però un consiglio spassionato, da non addetto ai lavori ma da semplice fan della musica – over e underground. Smettetela di organizzare concerti in queste location, se il risultato da pagare è quello di una sanzione penale (ma anche una amministrativa sarebbe assurda, a un certo punto). Spostate i grandi eventi negli spazi aperti al di fuori della cerchia del centro cittadino. Certo, S. Siro stracolmo è un evento a prescindere dalla musica; è una chiesa e il concerto diventa una messa cantata, non c’è dubbio. Ma la storia ci insegna che anche eventi organizzati fuori da questi luoghi ‘sacri’ possiedono l’aura mistica che si cerca nel grande stadio: penso ai festival estivi, come se ne fanno oggi giorno o come se ne facevano anni fa, magari nei parchi, o nei piazzali isolati, o nelle vicinanze degli aeroporti (come si usa in Europa) o nelle sperdute cittadine delle campagne, che per un paio di giorni sembrano ben liete di ospitare tra loro una ciurmaglia variopinta di artisti e di ammiratori al seguito. Per rimanere in Italia, concerti come quello degli U2 a Reggio Emilia, o l’ormai celebre Vasco a Imola di qualche anno fa (per non parlare dei Monsters of Rock degli anni scorsi) sono sicuramente passati alla storia come eventi musicali di enorme portata, e nessuno di questi è stato fatto allo stadio Meazza. Al contrario, altri celebri eventi come il famigerato Bruce Springsteen dell’anno scorso, o sempre Vasco, o Zucchero (e prossiamente i Depeche Mode per i quali farei personalmente follie, tranne quella di ascoltarli ad un volume da sala d’aspetto), tutti a S. Siro, hanno portato con sé sì l’entusiasmo per l’evento, ma anche una dose di critiche per la bassezza squisitamente tecnica che non possono rimanere inascoltate (a differenza di quelle del comitato di quartiere). Con lo spostamento in altri spazi, lontano da chi sonnecchia e costringe una delle capitali mondiali a fare lo stesso, ne guadagneremo tutti: voi organizzatori che eviterete così di rodervi il fegato e noi spettatori che non saremo costretti ad assistere con il cono acustico a concerti dove il volume è talmente basso da essere una parte collaterale, anziché primaria, dell’evento il cui prezzo del biglietto – che, contentissimi, paghiamo sempre – non è certo dei più bassi. Si dice “vado a vedere i Rolling Stones”, ma si guarda anche - e soprattutto! - con le orecchie oltre che con gli occhi.

Con tutta la mia stima.

Etichette: , ,

domenica, dicembre 07, 2008

Brian Eno & Robert Fripp, "No Pussyfooting"

Due Revox a bobine: il primo registra e invia il segnale al secondo, che si limita a riprodurlo. Il secondo poi rimanda il tutto al primo, dentro il quale il segnale viene ‘addizionato’ di nuova materia proveniente dalla chitarra Robert Fripp. Un ciclo loop, molto artigianale e molto ante-litteram (e molto cervellotico, certo), quello ideato da Brian Eno per creare ambienti musicali dalla materia grezza fornita da Fripp, il quale poi è chiamato anche a riempirli, tali ambienti. Un lavoro molto concettuale, e allo stesso tempo quasi una sorta di improvvisazione, se è vero che la sintonia tra i due musicisti doveva essere massima. Questa l’idea di base di No Pussyfooting, il disco del 1973 che segna la collaborazione tra i due musicisti – Eno reduce dall’esperienza con i Roxy Music, Fripp in pausa dai suoi King Crimson – e segna soprattutto la nascita di un certo tipo di musica, elettronica e derivata dall’uso creativo – al pari di uno strumento musicale – dei nastri magnetici. Il risultato è un delay decadente, non infinito; non vi è una scansione temporale ‘classica’, ma l’unica idea di tempo è derivata dalla comparsa/scomparsa di nuovi tessuti, di nuovi strati che si sostituiscono a quelli vecchi.
Il disco viene riproposto oggi in una nuova confezione e con l’aggiunta di bonus tracks, che altro non sono se non alcune versioni rallentate o suonate al contrario dei due brani che comparivano originariamente sull’album: “The Heavenly Music Corporation” (che inizialmente doveva essere anche il nome del progetto) e “Swastika Girl” (frutto dell’ispirazione dettata da un’immagine nazi-porno trafugata da Eno dallo studio di George Martin e affissa dai due sopra la consolle di registrazione).

Etichette: , ,

venerdì, novembre 28, 2008

Gonzo Natal, di Celentano il regal

La serietà di un artista, inteso come di un artista ancora in vita (dove la vita, ça va sans dire, è la sua attività) si misura in vari modi. Il rapporto specifico che ha con la sua opera è senza dubbio uno di questi. E per «rapporto specifico» non s’intende solo il lavoro di stesura, di composizione – di produzione tout court, insomma – ma anche come l’opera prodotta viene veicolata al pubblico, grande o piccolo che sia. Rimaniamo su quest’ultimo aspetto: più grande, in termini numerici, è il pubblico che si aspetta la tua opera, più tu hai potere su di esso. Questo avviene almeno nel campo della musica: basti pensare ai grandi artisti e alla capacità manipolatoria che questi hanno sugli spettatori, sui fan ancor di più, grazie alla loro produzione artistica, che funge appunto da veicolo, da mezzo per raggiungere la gente. Se sei un grande artista, e conti su un gran numero di persone che ti sono affezionate, il momento di uscita di un nuovo lavoro è una grande attesa, attesa che ripaga il pubblico e – conseguentemente – ripaga anche te. Se sei un artista mediocre, o un artista ex tale, e del pubblico un pochetto te ne freghi e lo tieni buono solo per battere cassa, il momento di uscita del disco si trasforma in un rapporto tra gonzi: gonzo tu, artista, che ritieni il pubblico anch’esso gonzo, pronto ad accaparrarsi ogni scoreggetta che fatichi a trattenere dall’altra parte del rosone. Un pubblico che però non è più un pubblico di affezionati; è un pubblico distratto, un consumatore non abituale, che ritiene giusto acquistare un’opera (musicale, in questo caso, ma il discorso è estendibile ad altri contesti artistici) in un determinato periodo dell’anno, quasi fosse un obbligo morale. E l’artista, quello derubricato sotto la voce «mediocre o ex tale», sa che quel periodo dell’anno è per lui fondamentale per avere il giusto traino nella promozione e conseguentemente nella vendita del prodotto. Buttasse fuori un disco – una data a casaccio – il 13 di maggio, mediaticamente non sarebbe lo stesso – per fare quello ci vuole coraggio, coraggio che quasi sempre manca al mediocre. Il periodo dell’anno che possiamo ormai chiamare «periodo gonzo» per via del rapporto artista-pubblico di cui sopra, nella fattispecie, è il Natale, quando i negozi di dischi sono invasi da ogni tipo di raccolta, greatest hits, best of, live, cofanetto e chi più ne ha più ne metta. Spesso sono operazioni truffaldine, messe insieme dalla casa discografica cui mancava ancora l’uscita di un album per vedersi il contratto onorato in tutta la sua integrità – l’artista, nel frattempo, è già scappato previo pagamento di penale su un’altra major. Spesso ancora sono assembramenti di due-tre dischi già editi in una nuova confezione di cartoncino corredata da adesivo accattivante. Quasi mai è roba di un qualche particolare interesse. Come spero si sia capito, c’è gente che vive sul dischetto di Natale, e andrebbe in panico a far uscire qualunque altra cosa in un qualunque altro periodo dell’anno. Questo per dire che Natale è proprio arrivato e, puntuale come ogni anno, con lui anche Adriano Celentano, il quale approfitta del meccanismo fatto di gonzissimi regali comprati da gonzissimi acquirenti da donare a gonzissimi riceventi, e manda nei negozi la sua nuova raccolta («L’animale», Clan Celenano/Sony BMG), mascherandone l’inutilità con la solita foglia di fico dei due brani inediti: una cover de «La Cura» di Franco Battiato e una canzone dal solito sapore di ecoterrorismo rancido e ritrito, quella robetta che da quando ha scritto «Il ragazzo della via Gluck» gli serve per innalzarsi a profeta, dal titolo inquietante di «Sognando Chernobyl» – noi, per il momento, ci si dà una grattatina e si spera di ricevere in dono un disco uscito magari trenta o quaranta anni fa, che sia scelto con cura da chi fa il regalo in base ai suoi personali gusti.

Etichette: , ,

giovedì, novembre 27, 2008

ad Axl dategliela diet

Come saprete, Axl Rose ha impiegato 15 (quindici!) anni per far uscire Chinese Democracy, l’ultima fatica dei suoi – il corsivo non mi è scappato, è voluto – Guns n’ Roses. Quello che non saprete, probabilmente, è questo: avete presente la Dr Pepper, quella bevanda che in Italia tutti conoscono e tutti vogliono assaggiare perché la si vede nei film e telefilm ammerriccani ma che nessuno trova semplicemente perché non importata (mi dicono di un tentativo, andato male, fatto un sacco di anni or sono) nonostante sia la più antica cola prodotta negli Usa? Bene, come trovata promozionale, quelli che la producono lo scorso marzo hanno dichiarato che se Chinese Democracy fosse uscito entro la fine dell’anno, ne avrebbero regalato una lattina a chiunque ne facesse richiesta. Poi il disco è uscito, e loro si sono trovati nella condizione di dover onorare la promessa. Ma come fare, visto che presumibilmente si sarebbero presentati a migliaia – se non a milioni – a ritirare il simpatico ‘premio’? Far scaricare un coupon dal web per poter ritirare la lattina omaggio è parsa la soluzione migliore. Solo che, come facilmente prevedibile, il sito della Dr Pepper è stato preso d’assalto, per cui i termini per il ritiro del buono sono slittati, a tal punto che Axl Rose – parecchio scazzato per la cosa, pare – ha chiesto che la Dr Pepper ammetta il fallimento della sua operazione tramite la pubblicazione di un mea culpa sui principali quotidiani americani e si impegni a concedere più tempo ai clienti. Lui, che c’ha messo 15 (quindici!) anni per un disco bruttino, ora s’incazza se qualcuno impiega due giorni in più a distribuire prodotti omaggio.

Etichette: , ,

venerdì, novembre 21, 2008

Echo & The Bunnymen, The Killing Moon (1984)

Etichette: ,

giovedì, ottobre 16, 2008

Il nuovo supporto Sandisk nasce vecchio

Volendo essere approssimativi, e rimanere solo negli ultimi 50 anni, all'inizio c'era il vinile. Che fu una rivoluzione. Poi arrivò la musicassetta. Che fu una rivoluzione. Poi il compact disc, che di tutte le rivoluzioni fino ad allora presentate era quella che prometteva di rivoluzionare realmente il mercato. E fu, inutile dirlo, rivoluzione. Poi un buco nero ha inghiottito la voglia di rivoluzionare: ci hanno provato con il DAT e il Minidisc; il primo è rimasto un prodotto riservato agli addetti ai lavori, il secondo ha iniziato a prendere piede troppo tardi, quando ormai i giorni dell'audio compresso digitale - per giunta scaricabile dal web - erano alle porte. Altri tentativi, grotteschi, sono stati fatti da Philips con la DCC (chi se la ricorda?) o, insieme alla Sony, con il Super Audio CD (SACD), che mostrava subito il limite maggiore: stabilito che la quadrifonia non è mai realmente interessata a nessuno, chi era così filologicamente scellerato da voler ascoltare in audio 5.1 “The Dark Side of The Moon” dei Pink Floyd, disco che è stato inciso in stereo e basta? Infatti pochissimi ascoltatori ci sono cascati. Ora è giunto il momento dell'ennesima rivoluzione annunciata, e solo il tempo dirà se sarà tale o finirà nel reparto dei “malriusciti”. La Sandisk ha annunciato la vendita di dischi su un nuovo supporto: una minischeda SD sopra la quale saranno pre-caricati dischi in formato MP3 ad alta qualità (320 kbps di bitrate) e senza i DRM, cioè liberi da qualunque limitazione all'utilizzo, al prezzo di 20$.

Personalmente credo che la cosa sia un bluff destinato a mostrare quanto prima tutte le sue limitazioni. Per prima cosa, non c'è rivoluzione, semmai involuzione. Nel senso che è assurdo tentare nuovamente di vendere musica su un supporto, quando già di dischi se ne vendono pochi, e quei pochi che si vendono mostrano una disaffezione crescente degli utenti “medi” nei confronti del supporto ormai più comune come il compact disc. Cresce, è vero, il mercato del vinile, ma è un discorso radicalmente diverso, è un supporto scelto da appassionati o da giovani che lo acquistano proprio perché “vecchio” e senza relazioni apparenti con la musica contenuta su supporti ottico-digitali. In seconda battuta, è una rivoluzione presunta perché vorrebbe semplicemente cambiare il modo di vendere l'ultima rivoluzione dei supporti audio, ovvero i “non supporti”; pensare di mettere gli stessi file che si scaricano, anche legalmente, su un supporto, e farli pagare quasi quanto un cd, è un suicidio commerciale, anche se ben infiocchettato. Senza considerare che, a scarsità di confezione (certo, ci sarà anche qui una misera copertina...) ci si scarica l'album per molto meno: l'ultimo lavoro di David Byrne e Brian Eno, “Everything That Happens Will Happen Today”, per dire, è venduto direttamente dal sito degli autori, in MP3 a 320 kbps e senza DRM (a parità di condizioni, dunque) per circa 9$ in digitale (con annesso digital booklet) e per circa 12$ nella vesione digitale + cd. Terzo punto, allo stato attuale la stragrande maggioranza dei lettori musicali non è in grado di leggere supporti di tipo flash disk; il che, tra l'altro, è il loro punto di forza: non c'è bisogno di aggeggi intermediari per far funzionare un iPod, basta collegarlo al computer e da lì trasferire – o tenere sincronizzata – la musica. Certo, la Sandisk ha annunciato contestualmente al supporto anche il lettore, promettendolo a prezzi bassi e concorrenziali; anche qui, però, anziché fare un passo avanti se ne fanno un po' indietro: sembra di essere ritornati ai tempi del walkman o del discman, quando si andava in giro con le cassette (o i cd) nello zaino, tutte scomodità azzerate dai lettori mp3. E a proposito di schede, e qui introduciamo un altro problema, cosa ce ne faremo una volta acquistate? Sono riutilizzabili? Sono riscrivibili anche quelle originali? E, ammesso che lo siano, due o tre ad alta capacità basterebbero per i bisogni dell'ascoltatore medio: poche, per garantire la sopravvivenza di un intero mercato. Un esperimento di questo tipo, tra le altre cose, non è nuovo in Italia: si sono già viste nei negozi le chiavette USB pre-caricate di di dischi nuovi, ovviamente i titoli più blasonati (ricordo “Safari” di Jovanotti), e vendute sempre in abbinamento ad altri tipi di gadget come porta telefonini e altri (inutili) ameniccoli. In ultimo, il catalogo di dischi promesso dalla Sandisk sembra parecchio scarso e parecchio rivolto al passato: Abba e Jimi Hendrix, tra i nomi. Abbastanza limitato e limitante: un giovane Hendrix se va bene lo compra e se va male lo pirata, ma in entrambi i casi scaricandolo; un meno giovane o un appassionato andranno alla ricerca della ristampa del cd o dell'edizione in vinile, a seconda del grado di passione. A nessuno verrebbe in mente di comprarsi “Are You Experienced?” su una scheda SD. Dite voi, se ne vale la pena.

Etichette: , , ,

sabato, settembre 13, 2008

provaci, se ci riesci

Il compassato Wall Street Journal ancora una volta va dicendo – e di questo lo ringraziamo – quello che sembrerebbe ovvio. Siccome però l'ovvietà si misura in come, e quanto, la gente la recepisce, forse così ovvio non è: «You can't collect MP3s»

Etichette:

lunedì, agosto 18, 2008

ossessioni falliche, leghismi, Premi-streghismi e lobbismi - le solite brevi estive

1. Le ossessioni per le cose solitamente si manifestano con la repulsione dell'oggetto dell'ossessione. Non sono uno psicologo, ma dovrebbe funzionare così. Più noi siamo ossessionati da una cosa – morbosamente ossessionati – e più cerchiamo di darle una connotazione negativa le innumerevoli volte che la citiamo. Cerchiamo, insomma, di farla apparire una cosa brutta, che non si deve fare, ai limiti del disgustoso, per sviare l'attenzione degli altri e goderci tutta la nostra magnifica ossessione. Non è per caso lo stesso comportamento della signora apparentemente bacchettona, sempre pronta a condannare pubblicamente qualunque sussulto di lussuria al grido di «no, io no!» e poi la si scopre reginetta del pompino con ingoio? La signorina Guzzanti, ha recentemente riportato sul suo blog una barzelletta, non si sa se frutto della sua fantasia o di qualcuno che si è imparato la predica a memoria un mesetto fa in Piazza Navona, che fa così: «Berlusconi dice: “la crisi si fa sentire, è il momento di stringere i denti. Mara tu no.”». È evidente, nel continuo far riferimento a fatti presunti, presuntissimi e dunque inesistenti fino a prova contraria, fatti che vedono coinvolti – nella calunnia più che nella realtà – il Presidente del Consiglio e un Ministro del suo governo – è evidente, dicevo, la presenza di un'ossessione tipica, e non parrebbe nei confronti del ministro Carfagna.

2. Pranzavo, oggi, e conversavo con i commensali. Si parlava di Lega Nord e di Umberto Bossi quando ho sbottato e fatto solenne promessa, davanti a tutti, che al prossimo giro se il centrodestra, in qualunque sua incarnazione che non sia ovviamente peggiore di questa, si dovesse ripresentare alleato – in qualunque modo, sia pure un semplice apparentamento – con i leghisti, diserterò le urne.

3. Ho letto, come molti suppongo, La solitudine dei numeri primi (Mondadori, 2008, 303 pagg., 18.00 €), il libro di Paolo Giordano che ha vinto l'ultima edizione del Premio Strega. E, terminata la lettura, mi sono chiesto il perché di questo cedimento: sono solito tenermi snobisticamente lontano da best seller, dai primi posti delle classifiche – di qualunque classifica – e soprattutto dai premi letterari. Diciamo che ho subìto l'effetto «Io uccido», dall'omonimo romanzo di debutto di Giorgio Faletti che tutti hanno letto – qualcuno magari di nascosto – seppur in pochi lo ammettano. Ma ritorniamo al romanzo di Giordano. Che sia un debutto potrebbe essere la scusante migliore per il giudizio finale che mi sono fatto, anche se poi bisognerebbe giustificare in qualche modo la vittoria allo Strega (giustificare in qualche modo nel senso di: non vale tirare fuori la solita storia della «lottizzazione» del premio da parte delle principali case editrici italiane, per cui quest'anno sarebbe toccato a Mondadori e l'anno scorso però pure, e il teorema si sgonfia). Quindi: è un debutto, con tutti i suoi limiti intrinseci. E presenta una storia di per sé banale, senza grandi sviluppi e senza nemmeno andare a sviscerare meglio le caratteristiche tòpiche dei personaggi principali, sulla carta molto più interessanti di quello che poi risultano essere al proseguire della lettura. La cosa che proprio non quadra quando si arriva alla conclusione è però un'altra perché, mannaggia!, la lettura scorre che è un piacere e durante sembra ci si affezioni ai personaggi e, quasi, anche all'autore – e questo, in definitiva, credo che sia l'unico segreto dell'enorme successo editorial-commerciale. La cosa che non quadra, e che rende il romanzo incredibilmente incompiuto seppur in cima ai pensieri dell'ufficio marketing della Mondadori che l'ha pompato fino ai risultati che tutti conosciamo, è un'altra: come si fa a far sposare una ragazza e un medico, e sviluppare la storia in modo tale che il medico scopre che la moglie è anoressica dopo quattro anni di matrimonio, e dopo un primo appuntamento durante il quale quel pomodoro ripieno... – stop! perché là fuori ci può essere qualcuno che non ha ancora letto il libro. E poi, il ragazzo Giordano risulta essere eccessivamente pedante con le sue nozioni di fisica sparacchiate qua e là durante tutta la storia. Che fosse uno studiato l'avevamo capito anche noi comuni mortali e senza un dottorato di fisica all'Università di Torino.

4. Questa storia di thepiratebay.org che sta uscendo in questi giorni è agghiacciante. Agghiacciante non perché si voglia a tutti i costi difendere chi scarica musica gratuitamente – per usare un eufemismo – dalla Rete, ma perché in Italia esiste una procura che impiega tempo e mezzi per contrastare questo e non altri, e ben più gravi, reati. A pensar male, si potrebbe dire che dietro c'è una qualche lobby che «spinge» per un certo tipo di indagini. Ripeto: agghiacciante; ne potete leggere in modo dettagliato sul blog lastknight.com. Per quello che conta, il mio pensiero sul download illegale rimane sempre lo stesso.

Etichette: , , , , ,

lunedì, agosto 11, 2008

e poi non mi si dica che il blog non è anche un po' diario dei cazzi miei

Correggevo alcune bozze svaccato sul letto, un lavoraccio che non vi sto nemmeno a dire se è vero – come è vero – che quella roba poi non finisce su Ordine Generale e richiede un'attenzione tutta speciale – plof! Dicevo: correggevo delle bozze svaccato sul letto, un caldo terribile e una pausa sigaretta che scandiva le ore. Nel frattempo, per alleviare la fatica di tutto questo che è capitato l'11 di agosto, quando l'Italia intera è – al massimo! - alle prese con dilemmi del tipo «cocomero o melone?», ho messo in lista Bird & Diz di Charlie Parker con Dizzy Gillespie, l'ultimo Yellowjackets per rendermi conto che siamo nel 2008 e poi, resomi effettivamente conto della cosa, in sequenza ininterrotta Blue Train, My Favourite Things e Giant Steps di John Coltrane. Or ora, mentre digito, siamo a 3'43'' del brano «Spiral».

Etichette:

martedì, giugno 24, 2008

Etichette:

sabato, giugno 14, 2008

una volta, al massimo, spostavi a mano interi scaffali di dischi

Sto migrando la pesantissima libreria di iTunes su un hard disk esterno, e fino ad ora è successo quanto segue: 1) sul sito della Apple i docs sembrano dire che l’intera operazione è una cazzata 2) l’intera operazione è certamente una cazzata, ma poi c’è il problema di far assegnare sempre la stessa lettera all’hard disk esterno altrimenti, mettiamo che prima di accenderlo io accenda la stampante, iTunes non sa più dove beccare i files 3) anche l’operazione di dare la stessa lettera all’hard disk esterno tutto sommato è una cazzata 4) l’hard disk esterno, però, nonostante l’ingente capienza, a meno di un terzo di quanto può contenere mi dice che è pieno 5) sto ri-formattando l’hard disk esterno, assegnandogli un altro codice che non so cosa vuol dire ma che è identico a quello di tutti gli altri dischi (interni) che già ho – prima non era così. In sostanza: in ballo da stamattina per fare una cosa che impiegherebbe, al massimo, un’ora e per cui la maggior parte del tempo necessario verrebbe impiegata per il trasferimento fisico di una tonnellata di canzoni. Tonnellata di canzoni che mi condurrebbe al suicidio nella sciagurata ipotesi che andasse persa.

Edit: piano con l'esultanza, ma ora sembra funzionare tutto a meraviglia.

Etichette: ,

domenica, giugno 08, 2008

sunday always comes too late

Una volta mi hai chiesto: «che filastrocca mi canteresti?». Friday I’m In Love dei Cure, la filastrocca perfetta.

Etichette: ,

martedì, maggio 06, 2008

e chi li ferma più?

Ricapitolando, nel giro di 6 mesi Trent Reznor e i suoi Nine Inch Nails hanno distribuito praticamente gratis via internet un album di remixes, un quadruplo album in studio (Ghosts I-IV), un singolo (Discipline) e, dal 5 maggio, un nuovissimo album in studio (The Slip). Segnatevelo per quando, al prossimo aperitivo, gli amici vi chiederanno novità sul futuro della discografia. 

Etichette: , , ,

sabato, maggio 03, 2008

se il vecchio rocker vuole risparmiare qualche soldino...

In questi giorni sono usciti due dischi di due tra le più celebri hard rock band degli anni ’80: Whitesnake e Def Leppard. Inutile dirvi i titoli dei due dischi, perché non è di questo che vi voglio parlare. Anzi no, forse è proprio di questo: potrei descrivervi uno a caso dei due dischi in questione, senza dirvi ovviamente di quale sto parlando, e poi incantarvi su quali sono le differenze tra i due titoli. Perché, e c’è poca ironia, è l’unico punto in cui i due dischi sono differenti l’uno dall’altro, e ciascuno da uno qualunque dei dischi vecchi che hanno condotte le band al successo quando va bene una ventina abbondante di anni fa. Cercate di seguirmi: i dischi in questione, quello dei Whitesnake e quello dei Def Leppard, non si somigliano musicalmente tra di loro, e forse perché i due gruppi mai si sono sovrapposti nel loro passato: grandi suonatori (almeno agli inizi) di rock-blues i primi, portati ad un pop-metal (“l’incrocio perfetto tra i Duran Duran e l’heavy metal” scrisse una volta Kerrang) i secondi, con tutti i punti di contatto che ovviamente possiedono due gruppi inglesi, consacrati al successo dal suono americano, più o meno in attività contemporaneamente e iscritti dai soliti etichettatori nello stesso sottogenere. Si somigliano però, e qui praticamente sono identici, nell’intento di fondo che li anima: vogliono far presa sui loro vecchi fans, ripetendo sempre gli stessi stilemi, gli stessi giri armonici, gli stessi riff. Si badi bene: non gli stessi marchi di fabbrica, perché imprimere questi non vuol dire ripetersi. No, proprio le stesse vecchie canzoni, quasi che si stesse ascoltando una fotocopia usurata dal tempo di, rispettivamente, 1987 e Pyromania. il che è più che sufficiente per rispolverare, al limite, i dischi appena citati e tenere nel portafoglio i soldi per altro (ad esempio, l’ultimo dei dEus). Ah, dimenticavo la vera differenza con il loro passato: il disco dei Whitesnake si chiama Good To Be Bad, quello dei Def Leppard Songs From The Sparkle Lounge.

Etichette: , ,