venerdì, marzo 06, 2009

Carlo Rossella al Corriere?

«Chi si muove suda e perde di vista la carriera. Rossella non ha mai sudato tranne che nella sauna». Così Vittorio Feltri [Libero, 06.03.2009 – p.1] anticipa la possibile (?) futura direzione di Carlo Rossella al Corriere della Sera.

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mercoledì, marzo 04, 2009

Un omone adorabile - e un ometto un po' meno.

«Il cuore del messaggio è questo: in una Milano troppo morbida e troppo mielosa, la Milano dei Gino strada e degli interismi alla Gad Lerner, arriva finalmente un uomo che invece di portare la pace porta la guerra [...] Stiamo diventando tutti interisti. O meglio io sto diventando interista, perché sono un famoso voltagabbana. Invece gli altri redattori mantengono le preferenze. Ho un vicedirettore interista, un altro romanista. E quindi sono bene equilibrato da questo punto di vista. Io stesso sono romanista, ma per Mou potrei anche diventare un interista accanito.»
Giuliano Ferrara, Corriere.it - 04.03.2009

Con qualche giorno di ritardo, anche il Corriere della Sera si è accorto che il Foglio ha lanciato una nuova campagna, questa volta pro-Mourinho.

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giovedì, dicembre 06, 2007

come peggiorare la propria situazione

“L’unica cosa che la signorina Egan si dimentica di rivelare è che suo padre è Timothy Egan, per quasi 20 anni giornalista al New York Times, dove oggi è tra le firme di punta della pagina degli Op-Ed. E’ come se la figlia di Enzo Biagi pubblicasse un editoriale sul Corriere. Ma nel bistrattato mondo dei media italiani questo genere di nepotismo non è affatto tollerato.”

Così – e con un commento di Servergnini - il Corriere cerca di difendersi dall’essere stato citato – e dall’esserne uscito malconcio – nella op-ed pubblicata ieri sul New York Times della studentessa americana a Bologna.

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mercoledì, dicembre 05, 2007

leggiamoci sul New York Times

“Since this murder, to be a college student from Seattle has become shorthand for something else. Ms. Knox has been called “una bugiarda” (liar), “L’Americana,” or my personal favorite, “La Luciferina.”. Come una studentessa americana a Bologna scrive del suo rapporto con l’Italia dopo l’omicidio di Perugia, sul New York Times.

[ma cazzo, è mai possibile che il Corriere della Sera, dico il Corriere, quel giornale che sul New York Times è citato come “Italy’s leading daily newspaper”, abbia scritto che essendo Amanda Knox di Seattle sia stata quindi influenzata nel suo stile grunge e nel suo interesse per le droghe da Kurt Cobain?]

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giovedì, novembre 29, 2007

per non far torto a nessuno

Perché non aggiungere anche che ieri, stazione della metropolitana di S. Ambrogio a Milano, distribuivano buoni per ritirare il Corriere in edicola, aggratis ovviamente? E che alla radio dove collaboro arrivano, da un paio di settimane a questa parte, due copie al giorno – ovviamente identiche – de l’Opinione?

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venerdì, novembre 23, 2007

Guzzantissimo.

Poche volte mi è capitato di essere d’accordo con Paolo Guzzanti come quando stamane ho letto l’articolo che riporto integralmente qui sotto, per assicurare anche a voi la stessa sfiziosissima sensazione che ne ho ricavato io dalla sua lettura. Si parla dell’ultimo “scoop” scodellato da Repubblica, e dell’editoriale firmato dal suo direttore Ezio Mauro apparso ieri, sbattuto in prima pagina e con tanto di sbirciate dal buco della serratura circa una presunta combine tra Rai e Mediaset, ovviamente risalente al periodo in cui il Cav. era Presidente del Consiglio. Leggete attentamente, perché Mauro ieri ha scritto di “telecomando con un tasto unico. E truccato”, mentre oggi Guzzanti ha raccontato di quando di unico c’era invece il quotidiano, che ovviamente influenzava la televisione. E che era truccato per davvero.

Quando si telefonavano loro
[Paolo Guzzanti, Il Giornale, 23.11.2007 – pag.1]

Non ricordo più se il film giusto era Delta Force ma la lettura dell’articolo di Ezio Mauro mi ha fatto l’effetto che le madeleinettes facevano al vecchio Proust il quale si commuoveva e senza porre tempo in mezzo meditava sul tempo perduto, ma anche quello ritrovato. L’articolo di Mauro mi ha portato indietro nel tempo e di questo gli sono grato, già a partire dal titolo: «Struttura delta». Il bis della Spectre. Il bis della P2. Si impone un modesto esercizio di ritorno alla decenza.

L’articolo mi ha riportato con la sua velata magia alla stagione in cui spesso mi trovavo la sera nella stanza di Ezio Mauro, allora direttore della Stampa di Torino (di cui ero editorialista) e dove assistevo alla teleconferenza fra Mauro e il direttore dell’Unità di Roma (Uolter Veltroni), uno dei vicedirettori a caso di Repubblica, e il direttore del Corriere della Sera Paolo Mieli: tutti insieme, in unico afflato e per una sola causa comune (ma quale? Certamente non la libera informazione in concorrenza) facevano tutti insieme «il giornale».

Cioè: non è che ognuno si faceva il suo, di giornale, come in tutti i Paesi in cui le testate sono orgogliosamente concorrenti. Macché. Questa compagnia di cui Ezio Mauro era il capatàz, fabbricava il giornale comune che l’indomani tutti gli italiani si sarebbero sciroppati prima sulla carta e poi in proiezione sui telegiornali sotto le varie testate. Non lo sapevano, ma leggevano tutti lo stesso giornale. Che giornalismo, che concorrenza, che scuola.

Il pretesto diciamo così umanitario dell’operazione, era quello di aiutare il giovane Uolter che non sapeva fare la prima pagina, non sapeva fare i titoli e si scombinava tutto. Ma il gruppo di comando del giornalismo italiano – capitanato da un Ezio Mauro che sembrava guidare un commando Delta Force (ecco il titolo giusto, altro che Struttura delta) - faceva un unico menabò (lo schema della pagina), tutti i titoli e la scelta delle notizie e dei contenuti, uguali per tutti. Il giornale che veniva fuori era omologato, identico, figlio di un unico Minculpop, o cupola, o mini-p2 che dir si voglia e che lasciava alla fantasia del singolo direttore soltanto il cosiddetto «boxino»: un titolotto basso a due colonne in cui ognuno registrava la curiosità innocua del giorno, del genere bambino morde cane: «Walter, nel boxino mettici quella storia del bambino che ha sbranato un pitbull». E Uolter pubblicava.

Naturalmente non si trattava soltanto di fare la prima pagina. Venivano decise le notizie da dare e quelle da ridurre, da esaltare e da minimizzare. Che concorrenza: affinché nessuno restasse scoperto, tutti davano (o tacevano, o sminuivano, o ingigantivano) la stessa notizia nello stesso modo. Ogni santo giorno. E tutti bevevano la stessa acqua.

Io assistevo a quella grottesca anomalia e osservavo gli sghignazzi furbastri, specialmente quelli di via Marenco dove comandava imperiosamente il proprio, e anche un po’ gli altrui vascelli Ezio Mauro in sfolgorante camicia bianca. Paolo Mieli, sia detto ad onore del vero, non si lasciava troppo comandare, ma tutti e due insieme comandavano sull’Unità e la Repubblica seguiva. Così, negli anni Novanta erano serviti non soltanto i lettori della carta stampata ma anche gli spettatori televisivi. La gente forse non lo sa, ma i telegiornali dosano e misurano i loro titoli, gli spazi, la scaletta dell’importanza di ciò che poi ammanniranno al popolo catodico, sulla base delle decisioni dei tre cavalieri dell’apocalisse, Corriere, Repubblica e Stampa, che poi sarebbe, per così dire, la casta.

Ma la prima pagina si confezionava tra via Marenco, Torino, e via Solferino a Milano, per essere rimpannucciata in piazza Indipendenza e infine rimpallata a via del Taurini dove diventava il vangelo dell’Unità, ovvero la verità, pravda in russo, truth in americano che piace di più a Uolter. Ovviamente anche gli altri giornali e giornaletti e giornalini per non dire dei piccoli telegiornali locali, si adeguavano con ansia e con la lingua di fuori per non restare esclusi dal gruppo di comando. Quando ero a Repubblica (di cui sono stato un fondatore, redattore capo e inviato per 14 anni) assistevo ammirato alla formazione del quadridente formato dal formidabile quotidiano di Scalfari, l’Espresso, Raitre e il Tg3. Messi insieme formavano una seconda divisione corazzata che esercitava un potere assoluto, di comando e di dominio sulla scelta, confezione e pubblicazione della notizia.

Insomma, figuratevi il salto dalla sedia che ho fatto ieri mattina quando mi imbatto in una delle più comiche composizioni a sopracciglio levato del mio vecchio amico Ezio Mauro, ora direttore di Repubblica, il quale si è esibito in un articolo che potrebbe intitolarsi a scelta «Senza vergogna» o «Oggi le comiche». Basti l’incipit: «Una versione italiana e vergognosa del Grande Fratello è dunque calata in questi anni sul sistema televisivo, trascinando Rai e Mediaset fuori da ogni logica di concorrenza per farne la centrale unificata di una informazione omologata, addomesticata, al servizio cieco e totale del berlusconismo al potere». Lui la chiama «Struttura delta». Noi la chiameremmo «Senti chi parla».

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mercoledì, novembre 14, 2007

Corriere.it, 14.11.2007