parallelismi di carta (stampata)

Etichette: editoria, Indipendente, L'Indipendente, Renato Soru, Unità

Etichette: editoria, Indipendente, L'Indipendente, Renato Soru, Unità
Marco Travaglio, sull'Unità, ha firmato una paginata (una “paginetta”, sarebbe meglio) per gongolare sul fatto che “l'unico aspetto positivo dell'imbarazzante documentario su vita e opere di Bettino Craxi [...] è che l'han visto in pochi” [l'Unità, 06.01.2008, pag. 17]. Seguono i dati di ascolto, rintracciabili in rete e pubblicabili mediante copia-incolla. Poi segue una trama alquanto bizzarra: anziché parlare del documentario facendo attenzione a non svelare l'assassino (come ogni trama che si rispetti), ci dice quel che non c'è nel filmato: l'elenco lo potete immaginare, copiato e incollato qua e là dalla rete, da qualche libro di Travaglio stesso o di uno dei suoi amici. Nulla che il lettore medio de l'Unità già non conosca e non reciti a memoria quale suo personalissimo rosario – la signora direttora, per dire, poteva destinare il francobollo che sono diventate le pagine del suo giornale a qualcosa di inedito, e relegare questo popò di critica cinematografica alla rubrica travagliesca di pagina 3; oppure fargli sviluppare meglio lo spunto su Enrico Berlinguer, il quale non “imbracciava la 'questione morale' per distrarre il popolo bue dal trionfo di Craxi” ma semmai per distrarre i suoi dalla mani in attesa del “contributo”, una tesa verso Mosca e l'altra nella stessa identica direzione verso cui la tendevano tutti gli altri partiti. Se si riesce ad arrivare in fondo all'articolo – e ci si dovrebbe riuscire, se non altro perché i giornali di quelle dimensioni, insegnano i concorrenti distribuiti in metropolitana, sono scritti per essere letti in poco tempo – si viene a conoscenza anche di uno spot pubblicitario andato in onda durante il documentario, un cicalino di Canale 5 in cui “Jerry Scotti lancia il suo nuovo quiz”. Precisa qui Travaglio che si tratta “dello stesso Gerry che Craxi portò in parlamento”. Proprio lo stesso, magari no. Ad attaccarsi al capello, come è solito fare lui, oltre a scivolare per via del sebo si rischia anche di accorgersi che c'è di mezzo una lettera. Probabilmente il noto presentatore televisivo non è mai comparso su alcun dispaccio delle procure e il nostro, che Mediaset non la guarda se non quando ci sono i documentari su Craxi, nel dubbio l'ha nominato in doppia forma. Essendo questa esclusivamente farina del suo sacco, “magari una la azzecco” - avrà pensato.
Etichette: Bettino Craxi, Marco Travaglio, Unità
Etichette: Unità
C'è questa cosa che la rivista Airone è cambiata. Già alcuni, tra gli storici lettori, se ne sono lamentati. Ora sembra essersene accorta anche l'Unità che da qualche mese in copertina sono arrivati specchietti per le allodole, culetti in grado di far impennare le vendite. Ma ciò, ovviamente, non basta. Al giornale di rosso fasciato che ieri, nel giorno in cui i fratelli Berlusconi sono stati fatti oggetto di minacce sparava in prima pagina dichiarazioni di Carlo Caracciolo circa la sua volontà di estinguere i berlusconiani, ovviamente tutto ciò non basta. Non è sufficiente, ad esempio, limitarsi al constatare che Airone non è più il vecchio Airone. Dimostrare il disappunto del redattore vecchio lettore circa il contenuto della “nuova” rivista. Eh no, se Airone è cambiata all'Unità dovevano trovare un motivo realmente valido. Si legge infatti nell'articolo di Massimo Franchi che la rivista “è finita nelle manti della Cairo Editore”, che fa capo ad Urbano Cairo, presidente del Torino Calcio e “ex assistente personale di Berlusconi”. Non viene detto, ad esempio, che tra i due i rapporti non sono – più – quelli di una volta. Il dado è tratto, Berlusconi è stato nominato colpevole del degenero di Airone in quanto il suo ex assistente ne è l'editore. E non finisce qui, ovviamente. Se capro espiratorio deve essere, che sia in grande stile. Dove va recuperato, quindi, il target di pubblico per la nuova versione tutta tette e culi della rivista? Fate uno sforzo, non è difficile. Massimo Franco ovviamente sottolinea che la ricerca è effettuata mediante “spot televisivo a tappeto sulle reti Mediaset”. Ecco, io l'avrei visto anche su La7, fa nulla?
Etichette: Airone, Silvio Berlusconi, Unità, Urbano Cairo
“Sono intollerabili”. Questo il commento del segretario del Partito Democratico Walter Veltroni circa le minacce ai fratelli Berlusconi, Silvio e Paolo, recapitate al Giornale tramite plico contente lettera minatoria e pallottole allegate. Si apprezzano le parole del segretario, anche se non tutti a sinistra si dimostrano così solidali quando c’è di mezzo un Berlusconi. Si veda Carlo Caracciolo, che in un’intervista a
Etichette: Carlo Caracciolo, Paolo Berlusconi, Silvio Berlusconi, Unità
È in corso una gustosa polemica tra Giuliano Ferrara e Marco Travaglio. Il motivo pare tanto ovvio che non lo si vuole rispiegare tutto daccapo, basti solo accennare al lettore distratto che in merito al caso Contrada, Marcolino ha fatto il suo ruttino su l’Unità [28.12.2007 – pag.8, qui]] ed è stato quindi ripreso da un editoriale del Foglio [29.12.2007 – pag.3, qui]. La cosa, ovviamente, non finisce lì. Marcolino mozzorecchi risponde ancora [l'Unità, 31.12.2007 - pag.2, qui]
Entrare nel merito della vicenda, con le mie considerazioni personali, è cosa che non voglio fare. Chi mi legge può ben capire esattamente come la penso in tema di garantismo e di mozzorecchismo. Solo un pezzo della risposta di Travaglio non mi è chiara. Prima risponde a Ferrara dicendo che lui non ha “mai irriso a Contrada” ma solamente ai suoi “tragicomici fans” come il Ministro della Giustizia Clemente Mastella e il direttore del Foglio, appunto. Poi, qualche riga più sotto, cita il rifiuto del ricovero da parte di Bruno Contrada mettendo tra parentesi – e quindi amplificando l’infamia – “il Cardarelli non è di suo gradimento”. Se non è irrisione questa, ci spieghi Travaglio la funzione della sua prosa.
Etichette: Bruno Contrada, Giuliano Ferrara, Il Foglio, Marco Travaglio, Unità
Poche volte mi è capitato di essere d’accordo con Paolo Guzzanti come quando stamane ho letto l’articolo che riporto integralmente qui sotto, per assicurare anche a voi la stessa sfiziosissima sensazione che ne ho ricavato io dalla sua lettura. Si parla dell’ultimo “scoop” scodellato da Repubblica, e dell’editoriale firmato dal suo direttore Ezio Mauro apparso ieri, sbattuto in prima pagina e con tanto di sbirciate dal buco della serratura circa una presunta combine tra Rai e Mediaset, ovviamente risalente al periodo in cui il Cav. era Presidente del Consiglio. Leggete attentamente, perché Mauro ieri ha scritto di “telecomando con un tasto unico. E truccato”, mentre oggi Guzzanti ha raccontato di quando di unico c’era invece il quotidiano, che ovviamente influenzava la televisione. E che era truccato per davvero.
Quando si telefonavano loro
[Paolo Guzzanti, Il Giornale, 23.11.2007 – pag.1]
Non ricordo più se il film giusto era Delta Force ma la lettura dell’articolo di Ezio Mauro mi ha fatto l’effetto che le madeleinettes facevano al vecchio Proust il quale si commuoveva e senza porre tempo in mezzo meditava sul tempo perduto, ma anche quello ritrovato. L’articolo di Mauro mi ha portato indietro nel tempo e di questo gli sono grato, già a partire dal titolo: «Struttura delta». Il bis della Spectre. Il bis della P2. Si impone un modesto esercizio di ritorno alla decenza.
L’articolo mi ha riportato con la sua velata magia alla stagione in cui spesso mi trovavo la sera nella stanza di Ezio Mauro, allora direttore della Stampa di Torino (di cui ero editorialista) e dove assistevo alla teleconferenza fra Mauro e il direttore dell’Unità di Roma (Uolter Veltroni), uno dei vicedirettori a caso di Repubblica, e il direttore del Corriere della Sera Paolo Mieli: tutti insieme, in unico afflato e per una sola causa comune (ma quale? Certamente non la libera informazione in concorrenza) facevano tutti insieme «il giornale».
Cioè: non è che ognuno si faceva il suo, di giornale, come in tutti i Paesi in cui le testate sono orgogliosamente concorrenti. Macché. Questa compagnia di cui Ezio Mauro era il capatàz, fabbricava il giornale comune che l’indomani tutti gli italiani si sarebbero sciroppati prima sulla carta e poi in proiezione sui telegiornali sotto le varie testate. Non lo sapevano, ma leggevano tutti lo stesso giornale. Che giornalismo, che concorrenza, che scuola.
Il pretesto diciamo così umanitario dell’operazione, era quello di aiutare il giovane Uolter che non sapeva fare la prima pagina, non sapeva fare i titoli e si scombinava tutto. Ma il gruppo di comando del giornalismo italiano – capitanato da un Ezio Mauro che sembrava guidare un commando Delta Force (ecco il titolo giusto, altro che Struttura delta) - faceva un unico menabò (lo schema della pagina), tutti i titoli e la scelta delle notizie e dei contenuti, uguali per tutti. Il giornale che veniva fuori era omologato, identico, figlio di un unico Minculpop, o cupola, o mini-p2 che dir si voglia e che lasciava alla fantasia del singolo direttore soltanto il cosiddetto «boxino»: un titolotto basso a due colonne in cui ognuno registrava la curiosità innocua del giorno, del genere bambino morde cane: «Walter, nel boxino mettici quella storia del bambino che ha sbranato un pitbull». E Uolter pubblicava.
Naturalmente non si trattava soltanto di fare la prima pagina. Venivano decise le notizie da dare e quelle da ridurre, da esaltare e da minimizzare. Che concorrenza: affinché nessuno restasse scoperto, tutti davano (o tacevano, o sminuivano, o ingigantivano) la stessa notizia nello stesso modo. Ogni santo giorno. E tutti bevevano la stessa acqua.
Io assistevo a quella grottesca anomalia e osservavo gli sghignazzi furbastri, specialmente quelli di via Marenco dove comandava imperiosamente il proprio, e anche un po’ gli altrui vascelli Ezio Mauro in sfolgorante camicia bianca. Paolo Mieli, sia detto ad onore del vero, non si lasciava troppo comandare, ma tutti e due insieme comandavano sull’Unità e
Ma la prima pagina si confezionava tra via Marenco, Torino, e via Solferino a Milano, per essere rimpannucciata in piazza Indipendenza e infine rimpallata a via del Taurini dove diventava il vangelo dell’Unità, ovvero la verità, pravda in russo, truth in americano che piace di più a Uolter. Ovviamente anche gli altri giornali e giornaletti e giornalini per non dire dei piccoli telegiornali locali, si adeguavano con ansia e con la lingua di fuori per non restare esclusi dal gruppo di comando. Quando ero a Repubblica (di cui sono stato un fondatore, redattore capo e inviato per 14 anni) assistevo ammirato alla formazione del quadridente formato dal formidabile quotidiano di Scalfari, l’Espresso, Raitre e il Tg3. Messi insieme formavano una seconda divisione corazzata che esercitava un potere assoluto, di comando e di dominio sulla scelta, confezione e pubblicazione della notizia.
Insomma, figuratevi il salto dalla sedia che ho fatto ieri mattina quando mi imbatto in una delle più comiche composizioni a sopracciglio levato del mio vecchio amico Ezio Mauro, ora direttore di Repubblica, il quale si è esibito in un articolo che potrebbe intitolarsi a scelta «Senza vergogna» o «Oggi le comiche». Basti l’incipit: «Una versione italiana e vergognosa del Grande Fratello è dunque calata in questi anni sul sistema televisivo, trascinando Rai e Mediaset fuori da ogni logica di concorrenza per farne la centrale unificata di una informazione omologata, addomesticata, al servizio cieco e totale del berlusconismo al potere». Lui la chiama «Struttura delta». Noi la chiameremmo «Senti chi parla».
Etichette: Corriere della Sera, Ezio Mauro, la Repubblica, La Stampa, Mediaset, Paolo Guzzanti, Paolo Mieli, Rai, Unità, Walter Veltroni