mercoledì, marzo 28, 2007

l'errore del Cav.

Il Cav. ieri ha fatto una cazzata, e An e la Lega l'hanno seguito a ruota. Anzi, potrebe anche essere - ma non vorrei che fosse davvero così, per ora è un qualcosa di trapelato qua e là - che siano stati prima il Cav, e conseguentemente Fini, ha seguire la Lega. L'opposizione aveva tutte le ragioni del mondo nel dire che Prodi e la sua banda di deficienti - sic! - sta attuando una politica estera irresponsabile, in totale discontinuità rispetto alla loro, piena di pasticci e pasticciacci e delega finale a gente come Gino Strada, con buona pace di difesa, Sismi e di chi era pronto - Parisi dixit - ad intervenire per liberare l'ostaggio. Ma di fronte a queste sacrosante ragioni, è stata una cazzata - appunto - astenersi dal votare il decreto sui rifinanziamenti alle nostre missioni all'estero. Una cazzata perchè non è questo il modo di aprire una crisi di governo, e ancor di più dal momento che tutti - tutti! - sapevano che Prodi non sarebbe comunque caduto, e che pur nel caso Napolitano non avrebbe mai concesso nuove elezioni, e via discorrendo. L'opposizione, Forza Italia e Alleanza Nazionale in testa, avevano l'obbligo e il dovere di votare sì, non di astenersi: quest'ultima, semmai, è opzione che si può lasciare a gente come i leghisti, portavoci del populismo e nemici della responsabilità. Onore quindi al senatore Lino Jannuzzi di Forza Italia, "dissidente" di centrodestra che ieri forte del senso di stato è stato sordo al richiamo stupido del partito. Per quanto riguarda Casini, se per lui la Cdl non è più affr suo, allo stesso modo lui non è più affar nostro. E sia detto al netto della votazione dell'Udc di ieri, coraggiosa ma dettata più da una testardaggine politica che da vere convinzioni.

[sono fuori casa, prometto che appena ho un minuto di tempo corredo il tutto di una bella immagine e piazzo i link al posto giusto, ché ora il pc dal quale scrivo è proprio una schifezzuola...]

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domenica, marzo 25, 2007

La giornalista che fa impazzire mezzo mondo

(clicca sull'immagine per ingrandire)

Caro Ordine Generale, ma tu sapevi qualcosa della gnoccolona che presenta i tiggì in Francia e che sta facendo impazzire mezzo mondo? Si chiama Melissa Theuriau e i suoi video impazzano su Youtube. Non ci sono nudi o cose piccanti, è la bellezza che sta scombussolando gli ormoni di voi ometti. E non solo, perché ti dirò che un pensierino ce lo farei pure io, solo fossi sicura dei suoi gusti sessuali.

Anna, via email

Cara Anna, di questa giornalista non sapevo nulla fino ad oggi, quando anche il Corriere ne ha parlato nella sua edizione on-line – per quella cartacea non saprei – e devo confidarti, non troppo segretamente, di provare un certo qual dolore al mio sfrenato ego nel non essere stato tra i primi a scoprire questa bellezza. Già, Melissa Theuriau, 28 anni, nata a Grenoble, è proprio bella, una di quelle bellezze che non staccheresti più gli occhi dallo schermo. Uno di quei visi che ti rimangono in mente per ore e per giorni, uno di quei lineamenti che ci perdi le ore su Google immagini nel cercare di scovare nuovi sorrisi, nuovi profili, nuove inquadrature. Due occhi, quelli, incantevoli. Una francesina con i controfiocchi – se non ti sembra troppo infantile come espressione. Un sorriso angelico, una bellezza acqua e sapone di quelle che ti viene il nodo alla gola dal tanto che sono piacevoli da osservare e incantevoli nell’effetto – e non una “gnoccolona” come l’hai, seppur in modo affettuoso, apostrofata te. Mica per niente è stata eletta miss Youtube, con ben 800 mila contatti che “hanno fatto di lei” – dice il Corriere, io Youtube so a malapena come si scrive – “la più cliccata dell’anno” – e i suoi fan giurano di non aver mai sentito pronunciare il nome “George W. Bush” in modo cosi sexy.Anna, parli di nudi: con una bellezza così le ultime cose che vorrei vedere sono tette e culi anche se il web, in verità, un topless rubato sulla spiaggia ce lo mostra – e anche in questo caso le misure timide sono divine. Un pensierino, te, che sei donna? Fallo. Ma a quanto pare la nostra sta già con un attorucolo, tale Jamel Debbouze di anni 31. Un caro abbraccio,

Ordine Generale

sabato, marzo 24, 2007

«I feel it in my fingers, I feel it in my toes»
Wet Wet Wet, “Love Is All Around”, 1995

Rientro lento, lentissimo. Riprendere il ritmo ma senza strafare, ché qui tra il troiaio di vallettopoli e la figura di merda che stiamo facendo con tutti – americani, europei, persino afghani, non fa differenza – mi viene l’emicrania. Deve risultare un po’ come uscire di casa la mattina con gli occhiali da sole anche se c’è nuvolo: si vuole evitare quel senso di accecamento, quell’inutile fastidio che ci farebbe stropicciare gli occhi per tutto il resto della giornata. Emergere dai fatti di questi giorni, dal baraccone informativo che ha trovato la ragione in quelli che si presumeva avessero torto e che, personalmente, premia fra tutti quelli che nella merda non hanno infilato nemmeno il più piccolo dei mignoli della mano sinistra. Picchiettare le dita sulla tastiera ma senza foga. Riprendere il tran tran quasi in modo ordinario, senza per forza dover arrivare alla sbornia. Evitare di ripetere il già detto e per giunta fuori tempo massimo, precludendo ogni possibilità di fare brutta figura – e quindi, per inciso, inutile ribadire dell’immonde trattativa con i talebani, o di Massimo “Alice nel paese delle meraviglie” D’Alema, come l’ha definito ieri un quotidiano, o di Gino Strada al quale consegnano sotto banco l’asso di picche e quindi si tiene tutto lui, come nelle più tradizionali delle scope. Questo, per il momento, ti garantisco caro – e credimi, non è poco.

venerdì, marzo 23, 2007

Nel frattempo, cari lettori, io vi penso. E con la speranza di risentirci presto, magari proprio dal prossimo weekend.
Ordine Generale

lunedì, marzo 19, 2007

come ha scritto Il Foglio...

Via via che prendono spazio sempre nuovi aggiornamenti sulla vicenda, la mia impressione è che sarebbe meglio non entrare nel pantano, perchè una volta entrati è difficilissimo uscirne.

sabato, marzo 17, 2007

[per chi era su Marte] I quattro giorni dell'informazione italiana

Quattro giorni fantastici per l’informazione italiana. Quattro giorni in cui la dimostrazione del livello della stampa in Italia non poteva che essere migliore. Quattro giorni in cui è successo letteralmente di tutto. In principio fu Il Giornale, il quotidiano che spesso pare pagar la colpa di essere edito dal fratello di Silvio Berlusconi, che fece il nome di Silvio Sircana quale vittima di vallettopoli. La sua colpa? La vicenda era fumosa e l’unica cosa che traspariva pare fossero alcune foto di lui scattate mentre osservava un transessuale dal ciglio della strada e successivamente custodite in una sorta di archivio segreto e bollente curato dagli imputati. Si gridò allo scandalo, e anche questo blog si permise di dire la sua: il Giornale, scrissi, l’ha fatta fuori dal vaso. D’altronde la condanna dal mondo politico fu pressoché unanime e proveniente tanto da sinistra che da destra: insomma, Maurizio Belpietro avrebbe fatto il nome solo per andare contro la parte politica avversa rispetto a quella che spesso sostiene. Gli osservatori, i giornalisti, i protagonisti del mondo dell’informazione si sono invece divisi in due: chi con e chi contro il direttore del Giornale. C’è stato chi, come Gad Lerner, ha definito “vomitevole” la prima pagina del Giornale del 15 marzo, chi come Ferrara ha scritto che nell’indecenza sarebbe meglio non entrare e pubblicare quindi solo ciò che merita di essere pubblicato, secondo il celebre motto del New York Times. C’è stato addirittura chi, come il direttore di Europa, si è messo ad impartire lezioni di giornalismo sparando a zero e insultando il primo giorno, quasi ritrattando il secondo e chiudendo il capitolo al terzo. Ad onor del vero, non è mancato neppure chi ha giustificato il comportamento di Belpietro: la notizia andava comunque data, dal momento che il nome del portavoce dell’Unione compariva negli atti e siccome è stato pubblicato il nome di chiunque, tacere quello di un politico solo perché tale è segno quanto meno di ipocrisia; Belpietro ovviamente si difendeva come poteva, e insospettabili come Fabrizio Rondolino e Marco Travaglio – nemico politico ma incline all’uso della forca – dimostrarono anch’essi la loro solidarietà al direttore del Giornale. Nel frattempo la baruffa sembrava essere però sul punto di finire: Max Scarfone, il fotografo che nelle intercettazioni telefoniche vantava di avere lo scatto di Sircana con il trans, intervistato dalla televisione ritratta tutto e dice che non è vero niente; anzi, arriva addirittura a scusarsi con Sircana qualora gli avesse recato danni. Sircana, consigliato di dimettersi addirittura dalla Velina Rossa vicino a D’Alema, nel frattempo è ritornato al lavoro ed è stato nominato portavoce unico dell’Unione, come da undicesimo punto del dodecalogo prodiano del dopo crisi.

Dunque, il mondo politico condanna giustamente la gogna mediatica, ma nel frattempo dimentica di avere nel cassetto da svariato tempo una legge che impedirebbe la pubblicazione delle intercettazioni, che in quanto parte di un processo non dovrebbero comparire sulla prima pagina del Corriere della Sera ma anzi dovrebbero essere segrete. Il mondo dell’informazione, come si diceva prima, è diviso tra “pro notizia” e “pro persona”, e il Garante della Privacy cosa fa? Per tagliare la testa al toro vieta ai quotidiani, pena multa e galera, di pubblicare intercettazioni e foto riguardanti i processi. Bene, sembra la classica conclusione all’italiana: l’informazione può sputtanare chiunque e i garanti si muovono solo quando c’è di mezzo la politica. Che poi, figuriamoci, è obbligo essere garantisti in questi casi ed evitare le gogne, e soprattutto quando sono infamanti come quella su Sircana. Anche se lo sono solo per un paio di giorni? Dopo le smentite di Sircana, dopo le smentite del fotografo, dopo le prese di posizione e le accuse, il Giornale e Libero annunciano di essere in possesso della foto incriminata, e sulla prima pagina mettono uno spazio bianco, scusandosi con i lettori per il loro – forzato – mancato dovere d’informazione.

Eccoli, i quattro giorni infernali della stampa italiana.

mercoledì, marzo 14, 2007

Il Giornale la fa fuori dal vaso

Oggi Il Giornale l'ha fatta palesemente fuori dal vaso. E il Cav. che dice la sua è anche un modo per far pesare a Via Negri la porcata.

martedì, marzo 13, 2007

Sottile? sottilissimo...

la cosa può apparire un po' idiota” Giuliano Amato, Ministro dell'Interno, 12.03.2007. la cosa idiota sarebbe la proposta che lo stesso Amato ha fatto a Firenze, nel corso di un convegno dell'Anci toscana, per cui bisognerebbe per combattere la piaga della droga fare l'antidoping agli studenti dopo le interrogazioni. Ora, che la proposta in sé sia idiota è evidente a tutti, forse anche al ragazzino che si ritrova il 4 in pagella per lo spinello. Ciò che non si capisce bene è perché il Ministro Amato dopo averla pensata, l'ha anche detta sapendo che sarebbe stata ripresa da chiunque e con qualunque tono e conferendole, nel momento stesso che dal cervello passava alla bocca, un certo qual valore.


Compensi equi.

L’intervista al Presidente della Siae Giorgio Assumma [La Stampa, 12.03.2007 pag.27] ci offre il modo di parlare di un argomento fastidioso, l’equo compenso, che altro non è se non il balzello che ognuno di noi deve pagare per poter fare la copia privata – spettante per legge – di un supporto del quale è in lecito possesso in seguito ad un lecito acquisto. Utilizziamo subito il termine “balzello” per fugare il campo da ogni dubbio: Assumma precisa infatti che “chiamare tassa l’equo compenso è una cosa assurda”, ma sa di essere in errore primo perché qualche riga dopo ciò che sarebbe “assurdo” chiamare tassa viene associato da lui stesso al termine “evasione” quando non viene corrisposto, e poi perché l’analogia con il prelievo fiscale è evidente: un balzello che colpisce indistintamente all’acquisto del supporto, senza una differenziazione a seconda dell’uso che del supporto devo poi farne. In parole povere: pago la tassa sull’acquisto di un cd-r anche quando quel disco ottico mi serve per fare un archivio delle foto che ho fatto al mare con la mia famiglia, e non solo quando faccio la copia – ad uso privato, con mezzi privati – di un disco comprato in modo lecito nel lecito negozio di dischi sotto casa.

Proprio quest’ultima per il Presidente Siae, ma anche per noi utenti finali, è una discriminazione forte, ma la colpa secondo lui non è di chi riceve e ripartisce l’equo compenso, bensì della legge la quale fino a che non troverà il modo valido per far pagare la tassa in base all’uso del supporto, colpirà tutti indistintamente – e secondo Assumma tutto ciò porta ad un equo compenso invero basso, poiché “nella determinazione dell’importo si è già tenuto conto di chi non usa questi supporti per copiare opere altrui, altrimenti l’incidenza sarebbe maggiore”.

Il compenso che si paga per poter usufruire del diritto di copia privata, che è garantito dalla legge sul diritto d’autore, non riguarda solamente i supporti fisici ma anche i registratori analogici e digitali. In Italia è applicato dal 2003, ovvero dall’entrata in vigore della direttiva n. 2001/29 CE, del 22 maggio del 2001, che va a modificare quindi le norme relative al diritto d’autore che in Italia sono regolate dalla legge n. 633/1941. Il compenso è stabilito nel seguente modo: per gli “apparecchi esclusivamente destinati alla registrazione analogica o digitale di fonogrammi o videogrammi” si ricava “da una quota del prezzo pagato dall’acquirente finale al rivenditore, che per gli apparecchi polifunzionali [es: gli impianti hi-fi all in one, nota mia] è calcolata sul prezzo di un apparecchio avente caratteristiche equivalenti a quelle della componente interna destinata alla registrazione” o, qualora determinare questo prezzo fosse impossibile “da un importo fisso per apparecchio” [n. 633/1941 art. 71 – septies comma 1]. La quota sopraccitata, occorre dirlo, è intorno al 3% del prezzo di vendita dell’apparecchio. Nel caso dei supporti fisici “di registrazione audio e video, quali supporti analogici, supporti digitali, memorie fisse o trasferibili destinate alla registrazione di fonogrammi o videogrammi, il compenso è costituito da una somma commisurata alla capacità di registrazione resa dai medesimi supporti” [ibidem]; per i supporti dedicati dunque la tassa è in base alla capacità: un cd-r da 80 minuti sarà più tassato di un cd-r da 74 minuti e meno tassato di un dvd-r da 4,7 gigabyte di memoria.

Il problema, secondo Assumma, è che molti “evadono” – ecco perché non è sbagliato parlare di tasse – l’equo compenso. Ciò vuol dire che i rivenditori, per poter tenere prezzi più competitivi, vendono i supporti senza considerare il costo dell’equo compenso (che corrisponde a 29 cent per un cd e a 59 cent per un dvd, iva esclusa) e la cosa avviene tanto nei tradizionali negozi quanto su internet: basta farsi un giro su Ebay per vedere quante sono le aste on-line di “campane” da 100 cd-r a prezzi veramente bassi. Questo mancato pagamento dell’equo compenso ha portato la Siae a ben 40 azioni legali contro aziende ree di evaderlo e a circa 10.000 cancellazioni – apprendiamo dall’articolo – di offerte di aste on line. Ovviamente la perdita è di quelle grosse, considerando che l’equo compenso per la copia privata porta nelle casse della Siae – la quale non agisce su mandato dei suoi associati ma su disposizioni legislative di cui al comma 3 dell’art. 71-septies legge n. 633/1941 – 72,8 milioni di euro all’anno (dati del 2005) su un totale di 645 milioni di euro: quasi quanto la società incassa dai settori teatro/tv e cinema.

Vendendo al punto fastidioso: l’equo compenso per la copia privata porta all’avente diritto il conseguimento di un onere oppure i soldi finiscono ripartiti in altro modo? Ad esempio: se io compro l’ultimo disco di Vasco Rossi e me ne faccio una copia privata da tenere in macchina, perché sono pignolo e i compact disc al sole cuociono, il balzello pagato sull’acquisto del cd-r (e preventivamente quello sul cd-recorder) finiscono nella ripartizione monetaria destinata a Vasco Rossi, quindi entrano nel portafoglio del rocker di Zocca? Certo che no, poiché i soldi vengono ripartiti su criteri generali (la cosiddetta “ripartizione supplementare”) per il 50% agli autori e per il 50% ai produttori fonografici (proprietari del diritto di riproduzione del fonogramma che loro stessi hanno creato), senza ovviamente tenere conto dell’autore al quale i soldi spetterebbero. Mi si potrebbe obiettare che è impossibile sapere a priori quale disco o quale film finiranno copiati per uso privato sul supporto che ho appena comprato: sicuro, ma nell’epoca di internet e di dispositivi tecnologici che addirittura ostacolano il diritto alla copia privata che ognuno di noi possiede (e per fortuna le limitazioni sono facilmente aggirabili) è altrettanto impossibile non prevedere un meccanismo che trasferisca ad un database Siae, analogamente al sistema di banche dati Cddb, le informazioni circa il disco che stiamo copiando o convertendo in mp3 (anche quest’ultima è una copia privata, ma per il momento non c’è alcuna tassa sugli hard-disk anche se, ammette Assumma, “è una possibilità che stiamo valutando”). I soldi che la Società incassa per l’equo compenso, ovvero le cifre che abbiamo presentato qualche riga sopra, sono invece ripartiti tra gli iscritti in modo casuale; non spettano cioè solo agli aventi diritto, i quali come appena spiegato non sono nemmeno esattamente definibili in quanto ognuno del supporto vergine ne fa l’uso che vuole, bensì spettano a tutti gli “aventi concorso” in base a criteri sconclusionati ed illogici. Prendiamo come esempio l’ordinanza di ripartizione Siae per la Sezione Musica; la classe che ci interessa è la V, quella delle riproduzioni meccaniche e registrazioni. Bene, vi si legge che per quanto riguarda “i compensi incassati forfetariamente a corrispettivo di utilizzazioni per la registrazione e la riproduzione meccanica di opere la cui identificazione non sia possibile sono attribuiti alla Ripartizione Supplementare di Classe V”, la quale ripartizione supplementare dice che hanno diritto a percepire quei compensi “coloro che abbiano concorso per la Sezione Musica e proporzionalmente all’ammontare di tutti i rendiconti analitici di Classe V lettera A”. Semplicemente: sono coloro che all’interno della Siae compaiono più volte sui programmi analitici che vengono compilati per le “composizioni riprodotte su disco, nastro o altro supporto o apparecchio analogo destinato alla messa in circolazione per la vendita o la distribuzione al pubblico”, ovvero coloro tra gli iscritti alla Siae che pubblicano i dischi. Quindi pare evidente che se voi acquistate un cd-r per farvi l’archivio dei testi che scrivete, date dei soldi a chi fa i dischi in base tra l’altro al criterio secondo il quale chi ne produce di più – e quindi compare più volte sui rendiconti – incassa di più dalla ripartizione supplementare. Allo stesso modo se avete un gruppo con il quale vi divertite a suonare e avete prodotto in home-recording un album, senza essere iscritti alla Siae e senza metterlo in commercio ma solo con il fine di masterizzarlo alle fidanzate e ad un paio di amici, date dei soldi a chi i dischi li fa, li vende ma soprattutto è registrato in Siae.

Ecco perché il balzello per l’equo compenso è fortemente ingiusto, nonostante le belle parole di Assumma nella sua intervista. Intervista in cui, tra l’altro, il Presidente si tradisce verso il finale, quando dichiara senza nemmeno un po’ di pudore che nei piani della Siae c’è anche la tassazione degli abbonamenti ad Internet, basata sul presupposto che in rete viaggiano materiali coperti da copyright poiché – ammette – la loro “vocazione è quella di far pagare il più possibile”. Nel frattempo il download illegale è sempre più evoluto e più sfruttato, nonostante chi poi si incazza con la Società Italiana Autori ed Editori sia anche chi – come il sottoscritto – scarica solo ed esclusivamente in modo legale, senza poter masterizzare il disco di un artista australiano comprato su iTunes evitando di pagare in modo indiretto gli artisti italiani iscritti in Siae che pubblicano più dischi. Ma questo Assumma non l’ha detto nemmeno per sbaglio.

E poi, alla fine di tutto, la questione potrebbe non essere nemmeno questa, bensì la presa di coscienza da parte degli aventi diritto che l’equo compenso, rappresentando una sorta di indennizzo per le copie private, rappresenterebbe anche l’accettazione che tali copie, benché sempre nel circuito “privato”, siano parte del mercato poiché implica la rinuncia al diritto esclusivo di riproduzione, che dal solo produttore fonografico passa anche all’acquirente per uso personale.

Certo, alla Siae possono sempre prendere in considerazione il fatto che agli stati membri della Comunità Europea, quindi a quelli interessati dalle disposizioni della direttiva n. 2001/29/CE (che ha introdotto l’equo compenso), viene lasciata “una certa flessibilità nel valutare i casi in cui, in relazione alla limitazione dei diritti, debba essere introdotto l’equo compenso nonché nelle modalità e criteri di commisurazione del suo ammontare” [Stefania Ercolani, “il diritto d’autore e i diritti connessi – la legge n. 633/1941 dopo l’attuazione della direttiva n. 2001/29/CE”, Giappichelli editore, pag. 78]. Cosa vuol dire tutto ciò? Semplicemente che l’Italia potrebbe anche decidere di giocare la carta dell’equo compenso in modo autonomo, non essendo fissata una linea guida dell’ammontare. Mentre per Assumma “siamo arrivati in ritardo rispetto ad altri Paesi dove l’equo compenso esiste da molti anni, e abbiamo tutto l’interesse a recuperare il tempo e i guadagni perduti”, il che è un modo come un altro per ribadire il concetto che la Siae non ha tempo da perdere per cercare di regolarizzare aspetti burocratici intrigati e che semmai l’obbiettivo di far pagare più soldi possibili è sempre ben presente nei piani della Società.

lunedì, marzo 12, 2007

Farne una crociata? Per favore, le crociate annoiano chi le fa quanto divertono chi le legge – e scusatemi se questa volta faccio l'egoista. Quindi non farò in modo che non passi giorno senza sparare a zero sui filmetti di Moccia o su Scamarcio, anche solo per il fatto che di cose più interessanti da fare ce ne sarebbero eccome. Però, quando leggi una Mariarosa Mancuso di questo calibro sul Foglio [“difficile resistere alla noia, per lo spettatore che abbia superato i vent'anni. Quando i personaggi ostentano lo spessore della carta velina, e tutto è affidato alla colonna sonora, anche la curiosità sociologica viene meno”, 10.03.2007 pag. XI] vuoi come minimo rendere partecipe l'universo mondo intero di quanto una critica abbia espresso ciò che ti saltava in mente con parole infinitamente più divine di quelle che avresti usato tu.


domenica, marzo 11, 2007

A Berlino che giorno è? / Se poi di notte guardiamo le vetrine.

i voli pindarici della Sig.ra Spinelli

Se ti chiami Barbara Spinelli e se scrivi su uno dei due-tre quotidiani più importanti e autorevoli in Italia, La Stampa, puoi permetterti di tutto. Finanche stancare il lettore con certi pipponi domenicali di svariatissime battute, da leggere prima con il sapore del caffé ancora in bocca e poi, successivamente per meglio comprendere, con la bocca impastata segno di corpo reduce dal pisolino domenicale. Se ti chiami Barbara Spinelli – e se il tuo compagno è il ministro dell’economia TPS – puoi anche permetterti di cambiare idea dopo qualche mese, soprattutto se tutto il mondo nel quale ti rispecchi ha nel frattempo anch’esso cambiato opinione.

Così stamane [La Stampa, 11.03.2007, pag.1] si legge una Spinelli diversa la quale, come buona parte della sinistra europea, intuita la pochezza di un personaggio come Sègoléne Royal ma con troppa puzza sotto il naso per dichiarare apertamente la simpatia verso Nicolas Sarkozy, si è invaghita di Francis Bayrou, il candidato centrista alle presidenziali francesi il quale in poco tempo ha messo in crisi sia Sarkò che Segò e ha raggiunto quest’ultima, secondo gli ultimi sondaggi, a quota 23% di consensi. Poco male, cara Barbara, tutti in Italia piano piano stanno abbandonando l’ochetta francese: prima erano forti dichiarazioni di simpatia, conferenze a congressi e feste dell’Unità; poi, piano piano, i consensi hanno cominciato a farsi sempre più timidi, sempre più nascosti, talvolta persino imbarazzati, per concludersi infine con l’appoggio a Bayrou, quando anche qualche intellettuale d’oltralpe ha deciso di togliersi il peso dell’imbarazzante foglia di fico, derivata da gaffè micidiali ed da dichiarazioni deplorevoli da parte della candidata socialista.

Dicevamo, la Spinelli simpatizza per Bayrou e abbandona la Royal? Certo che sì, il suo fondo di stamane ne è la prova concreta. Dispiace solo che la nostra, il 26 novembre scorso, sempre su La Stampa e sempre nella pippa domenicale, fosse seriamente entusiasta di Sègoléne, tanto da farne un ritratto estremamente adorante: “la bellezza, il sorriso che non scema”, persino “la composta linea del tailleur” della donna “che seduce” avevano conquistato il cuore chiccosissimo di Barbara Spinelli. Perché lo scorso novembre Sègoléne Royal era ancora la “star-Segò”, una perfetta alternativa agli uomini politici guardati con sfiducia – questo il succo dell’articolo della Spinelli.

Stamane invece Sègoléne Royal è solo la candidata socialista alle presidenziali francesi, e in quanto tale vittima ancora dello slogan “nessun nemico a sinistra” rimasto immutato per ogni candidato della sinistra francese nel corso del tempo ad iniziare dal primo Novecento.

Dunque l’endorsement, ovvero l’appoggio che un intellettuale offre ad un candidato politico, sebbene in questo caso trattasi di appoggio fittizio, è tutto per Francio Bayrou. Che pare essere stato un fulmine a ciel sereno: sconosciuto ai più fino all’altro giorno, ora è balzato clamorosamente nei sondaggi, ha conquistato il cuore di tutti. E, soprattutto, dice la Spinelli, lancia una nuova sfida “ai cittadini come ai partiti”, chiedendo di “apprendere l’arte di coalizzarsi col diverso”. Trasformismo? Voltagabbanismo? Neo-centrismo tendenza Marco Follini? Quella che sembra essere la soluzione per tutti più logica non lo è per la Spinelli: Bayrou lancia questa sfida per riuscire a raggiungere il “bipolarismo perfetto”, quello che nacque e resistette nella Germania dopo che i socialdemocratici riuscirono a creare la koalitionsfähigket, ovvero il “muoversi diversamente rispetto al passato ripensando i propri programmi, lo sguardo sulla società, l’attitudine ad ascoltare voci differenti dalla propria”. Non è trasformismo “puro”, è nascosto da ottimi eufemismi, ma la Spinelli ci fa credere tutt’altro. E perché mai Bayrou dovrebbe ottenere questo? Perché in Francia la sinistra e la destra sarebbero paralizzate, troppo occupate a non farsi nemici (sinistra) o a conquistare gli elettori estremisti di Le Pen (destra). Dunque un motivo nobile, pare di capire.

Dopo tutta questa confusione mentale, il pippone prende però forma e consistenza, e si capisce immediatamente q uale è il punto a cui la nostra vuole arrivare. Tracciando un mirabolante parallelismo Francia-Italia, la Spinelli conclude dicendo che la situazione di immobilità dei due poli francesi, incapaci a rispondere alle reali esigenze del paese, potrebbe portare ad una anomalia “impolitica”, ad una “contro-democrazia” per dirla con il politologo Pierre Rosanvallon, come lo vicenda di Mani Pulite in Italia portò al “populismo” e all’ “impolitica alternativa di Berlusconi”. Tutto chiaro, ora. Premessa storico-politica per sferrare l’ennesimo attacco al Cav., che da 13 anni secondo la Spinelli non ha fatto altro che predicare populismo, demagogia e a fermare il paese. Manco a dirlo, in quanto compagna di un ministro, la nostra una lancia in favore di Romano Prodi doveva pure spezzarla, no? Ecco allora che in Italia l’apprendimento che anche la Francia dovrebbe iniziare a fare “è in corso, ed è significativo che l’esempio Prodi seduca Bayrou. Centrosinistra e Ulivo sono la risposta all’emergenza populista di Berlusconi e alla crisi della democrazia”. Capito? In Italia Romano Prodi con l’Unione riesce a governare, secondo il modello di coalizzarsi “con il diverso”: fa nulla se poi la sinistra radicale tiene in scacco quella riformista, o se i laici vanno contro ai cattolici e viceversa, e per entrambe le cose si assiste ad imbarazzanti manifestazioni dove ministri ed esponenti della maggioranza scendono in piazza a manifestare contro lo stesso governo di cui fanno parte. Volo pindarico fantastico, cara Barbara Spinelli. Cambiare idea su un personaggio per attaccarne un altro – fantastico, chissà perché nessuno prima ci aveva pensato.

[Deve essere una sindrome strana: leggi i pipponi e ti fai i pipponi. Precisamente di 5.926 battute. Comprese queste ultime].

sabato, marzo 10, 2007

Mutande, mutande.

“Questo essere inqualificabile, il viscido e infido insetto – foca che naviga a mezzo metro da terra. È brutta, laida, umidiccia, maleodorante, percorsa nei due sensi da deiezioni. Fa schifo. Non ha una forma definita, è un buco slabbrato, un vuoto, un’assenza. Se la donna non l’avesse sarebbe perfetta. Purtroppo (quasi sempre) ce l’ha. […] E pensare che loro credono di essere sedute sul loro tesoro”. Massimo Fini, “Ridotti in mutande”, Il Foglio, 26.08.2006 pag. I (ma una trattazione più ampia e completa la si può trovare in: Massimo Fini, “Di[zion]ario Erotico – manuale contro la donna a favore della femmina”, 2000, Marsilio, 224 pagg., € 13,43)

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Doppie vite. Di giorno fanno le operaie, le centraliniste, le bariste, alcune addirittura le studentesse alla seconda laurea. Poi alla sera, quando tutti il mondo si rilassa, loro accendono la web cam e intrattengono orde di maschietti arrapati con spettacolini di striptease o autoerotismo coadiuvato da oggettistica varia e avariata. Sono quelle che Specchio nella sua inchiesta [n. 555, pagg.48-52] chiama le “doppio-lavoriste”. La notizia, in verità, non giunge nuova: basta perdersi, ma nemmeno troppo, in giro per la rete e di siti dove, previa iscrizione e acquisto di crediti, si può assistere a spettacoli di vario genere c’è abbondanza. Non c’è da stupirsi – di cosa ormai ci si stupisce in questo mondo? – perché con i computer ora una sana e bella scopata, magari extraconiugale (ma le ragazze intervistate nel servizio assicurano che il consorte o il fidanzato sa, anzi, spesso è l’artefice del successo) è tutta ridotta ad una questione di pixel, di carte di credito e di pulizia di monitor. La cosa fantastica, che l’inchiesta sottolinea a dovere, è che certi arrivano addirittura a chiedere alle ragazze la biancheria intima da loro stesse appena indossata, estrema perversione maschile all’apparenza tanto facile da assecondare quanto ardua da comprendere. Siccome ogni promessa è un debito, ma comunque tra i due mondi c’è un fitto groviglio di cavi, doppini telefonici e router di connessione, la biancheria viene sì spedita ma spesso, si legge, “si tratta di robaccia sintetica da bancarella comprata in stock e che poi la massaia, esperta in economia domestica, aromatizza artificialmente chiudendo tutto per qualche settimana in un sacchetto di nylon assieme a un paio di filetti di sgombro”.

la canzone riformista [di Simone Cristicchi]

Panorama ci fa sapere che l’inno de il Riformista è cantato da Pier Cortese e dal vincitore dell’ultima edizione del Festival di Sanremo, Simone Cristicchi. La registrazione, del 2003, fu organizzata da Claudio Velardi, allora editore del quotidiano arancione, su consiglio di una sua collaboratrice. Il brano, che prima troneggiava in home page e che ora sembra essere scomparso, fa sapere sempre Panorama, è raggiungibile cliccando qui. Pare sia stato nascosto perché al nuovo direttore, Paolo Franchi, non piaccia granché. Il che ci sembra normale - ma questo sono io a dirlo - visto che il Riformista pare essere diventato il terreno di scontro culturale tra reduci e nostalgici del socialismo, tendenza “quelli che vorrebbero fare un qualcosa con i comunisti”.


Quando si dice pragmatismo.

venerdì, marzo 09, 2007

Nevrosi per Scamarcio, ed a essere sinceri nemmeno volendo si riesce a provare un pizzico d’invidia. Osannato da ragazzine 13-20, pronte a scattare foto col cellulare e a far impazzire i loro coetanei con la promessa di darla all’attore guappo – ed è solo una promessa, e non e rivolgibile a terzi. Ma lui, che la faccia da incazzato gli han detto di tenerla anche quando prende il caffé – soprattutto quando prende il caffé -, c’ha la barbetta a chiazze, come i ragazzini.


giovedì, marzo 08, 2007

Oggi nei giornali e siti internet lo sguardo si è posato più volte su una notizia: Beppe Grillo pare si sia rotto le palle di romperle agli altri, e vorrebbe tornare a fare il comico. Giura? Giuro. Stava scritto su almeno tre quotidiani e qua e là in rete, vuoi che non sia vero, caro lettore? Poi, per conferma, uno decide di farsi un giro pure sul sito di Grillo, chissà mai che il nostro avesse dedicato – tra un’acqua da governare e le medicine per la tbc da pagare – qualche riga all’argomento. Invece, delusione: neanche un cenno. In compenso c’è la parodia della canzone vincitrice del Festival, con testo, diciamo così “dedicato”, a Fabrizio del Noce. E allora si vorrebbe che Grillo un pensiero sul ritorno alla comicità non l’avesse mai fatto.

Afghanistan: al Senato sarà diverso.

Oggi la Camera ha votato il decreto per il rifinanziamento delle missioni militari all’estero con 524 sì 3 no e 19 astenuti, e fin qui nulla di nuovo sotto il sole: il governo alla Camera possiede i numeri per poter governare in tutta tranquillità, anche qualora qualche dissidente volesse – come peraltro è successo – mostrare la sua contrarietà. Il bello verrà il 27 marzo, quando si tratterà di votare il rifinanziamento al Senato dove, come noto, l’Unione non ha i numeri per poter fare alcunché. Certo, Prodi e i suoi assicurano che nulla di negativo succederà, e che il governo non cadrà. Ma questo grazie anche ai voti dell’opposizione. Per quanto riguarda invece proprio i senatori dell’Unione, gli ormai celebri Turigliatto e Rossi hanno dichiarato di non voler votare. E se mentre quest’ultimo ha anche aggiunto di essere disposto a non partecipare alla votazione, abbassando così il quorum e di conseguenza la maggioranza necessaria, il primo ha confermato il suo no secco e deciso. E in tentazione c’è anche il Senatore del gruppo Verdi-Pdci Bulgarelli. Dunque lo scenario sembra quello di due settimane fa, quando l’Unione proprio in Senato è caduta e Prodi ha presentato le sue dimissioni. Questa volta il centrosinistra dovrà necessariamente dimostrare di avere la maggioranza politica, quindi i famigerati 158 voti, altrimenti dovrà andarsene, perché un’altra farsa di quelle dimissioni l’Italia non se la può permettere: se Prodi presenta le dimissioni queste dovranno essere accettate e se D’Alema dice che senza maggioranza è meglio andarsene, sarebbe cosa buona e giusta essere coerenti con quanto detto. Senza maggioranza, basta Unione. Con buona pace di Franco Giordano, il quale ha dichiarato che “158 voti, 157 o 160 sono tutte stupidaggini”. E no, caro Giordano, che non sono stupidaggini: se un governo non dimostra di avere la maggioranza politica – quindi eletta – su un tema delicato come quello della politica estera, la baggianata sta nel suo interno e nei suoi rappresentanti, non nella conta dei numeri.

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niente fiori ma opere di bene

A sentire le donne che mi circondano, l’8 marzo è una cagata colossale. Alcune di loro, pensate, rifiutano persino la mimosa che il barista regala a tutte, indistintamente, durante la pausa caffè. Che dire?

.Com a volte ritorna, e si chiamerà Punto.it

Venerdì 16 marzo ritorna .Com, il primo quotidiano che tratta esclusivamente il mondo della comunicazione, chiuso lo scorso maggio in seguito a problemi giudiziari che coinvolsero l'editore. E ritorna sotto forma di un inserto tutto rinnovato, Punto.it, all'interno del quotidiano L'Opinione di Arturo Diaconale. Il comeback è previsto in edicola per venerdì 16 marzo e, per l'occasione, il giornale uscirà a Roma, Milano e in un'altra ventina di capoluoghi di provincia e di regione. A Gianluca Marchi, direttore di Punto.it, i nostri migliori auguri.


mercoledì, marzo 07, 2007

Quando nelle librerie si fumava

I salutisti sono contenti. Anzi, in questo modo hanno un’arma in più per poter manifestare la – secondo loro – superiorità morale nei confronti di chi invece ancora si azzarda a recarsi dai tabaccai e a uscirne con un pacchetto di Marlboro in tasca, pronto a sentirsi dire, da lì ad un’oretta, che ha la bocca tale e quale ad un posacenere. Tutti gli altri, i fumatori e, beninteso, i tolleranti, invece sopportano pochissimo le leggi contro il fumo. E non solo perché hanno tolto il piacere della sigarette ovunque venisse la voglia, senza dover per forza andare sul marciapiede e correre il rischio di incappare nei classici rompicoglioni che attaccano bottone con chiunque, ma anche perché – e soprattutto – hanno tolto la poesia. Prendete ad esempio le librerie. Ecco, quelli sono luoghi dove la cortina di fumo dovrebbe essere sempre presente e annebbiante; dove il puzzo di tabacco ristagnante dovrebbe diventare aroma, ed essere sopportato da tutti e confondersi così bene con l’odore della carta che, invecchiando, ingiallisce e inacidisce, sprigionando quell’odorino acre che tanto sa di antica biblioteca. E invece no, nelle librerie non si fuma più: d’altronde i posacenere enormi e minacciosi all’ingresso sono lì come un monito: prova a entrare con la sigaretta, che la multa è assicurata.
Annie François ne “Il mondo in fumo”, ricordando i tempi che furono, scrive che “ovviamente, si fumava nelle librerie, in cui nessuno assumeva una falsa aria dispiaciuta e diceva: «lei mi capisce, con tutti questi libri»” e “i librai fumavano più di tutti”. Chiaro, il librario era anche intellettuale, e in quanto tale, avvezzo a qualunque vizio, tabacco compreso. Per chi come la François rimpiange i bei tempi, a Milano esiste ancora una libreria dove il proprietario, con grande goduria sua e nostra, se ne frega dei divieti e considera i suoi locali, i suoi libri, come il suo spazio e se entri devi stare alle sue di regole, non a quelle di uno stato che se solo potesse ti obbligherebbe ad estenuanti giornate di bilancia pubblica. È una piccola libreria, la ricordo per quando fu l’unica in tutta Milano dove trovai una copia di un manuale di biblioteconomia di Alfredo Serrai. Si trova nelle vicinanze dell’Università Cattolica, proprio tenendo l’entrata principale di largo Gemelli sulla destra e percorrendo via Santa Valeria per un centinaio di metri. Non passate la parola.

martedì, marzo 06, 2007

Costi di ricarica aboliti? Un cazzo. Dite al ministro Bersani, sicuramente non impegnato a togliere la tassa sui contratti ad abbonamento, che chiedendo una Sos Ricarica alla Vodafone ci si sente dire che il traffico è di 2 euro, a fronte di una spesa di 3.


domenica, marzo 04, 2007

Andreotti e la Binetti insultano gli omossessuali: niente di più sbagliato e deplorevole

Prima ci fu Andreotti, che con aneddoti contadini espresse la sua contrarietà non ai Dico come equiparazione delle coppie di fatto alla famiglia tradizionale, ma al genere omosessuale, considerandolo contro natura, offendendo le persone con quelle tendenze e arrivando anche a condannarle per un qualcosa di cui sicuramente non hanno colpa. Poi è arrivata anche Paola Binetti, leader dei teodem, senatrice della Margherita e portatrice di cilicio, la quale durante la trasmissione Tetris su La 7 ha definito l'omosessualità come “devianza della personalità”, suscitando le prevedibili ire di Franco Grillini, anch'egli ospite della trasmissione.
Tutto questo dare contro all'omosessuale, discriminandolo e offendendolo con stupidate degne delle più becere personalità è un fatto non nuovo nel costume italiano. Lo è però nell'agone politico, dove le esternazioni dei due sopracitati senatori dovrebbero preoccupare ed essere oggetto di presa di distanza netta e sincera. Riprendendo un editoriale del Foglio del 03.03.2007, questo modo di esternare e giudicare è sbagliato ed anche un po' rozzo, e non rappresenta sicuramente una difesa della famiglia tradizionale in quanto si attaccano gli orientamenti e i gusti, liberi, di ciascuna persona. I diritti civili vanno garantiti a chiunque e, al contempo, lo Stato si faccia i fatti propri, senza legiferare i comportamenti che i cittadini italiani debbano o meno avere sotto le lenzuola. Quanto ad Andreotti e alla Binetti, confidiamo nella loro intelligenza per fare un cattolico mea culpa su quanto dichiarato. Ma prevedendo un ulteriore rincaro della dose, anziché le scuse, forse siamo stati troppo benigni nel giudizio circa il loro intelletto.


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Sanremo - 5 ed è finita.

Finita, nel meno peggio dei modi. Ha vinto Simone Cristicchi con “Ti regalerò una rosa”, canzone sui matti, facendo man bassa di premi: oltre alla vittoria anche premio della critica e della sala stampa. Risultato scontato, visto che il testo è profondo e il refrain irresistibile, soprattutto se paragonato agli altri pezzi in gara. Il secondo posto di Al Bano puzza un po’ di premio alla carriera, o di podio per riconoscenza: la canzone, ça va sans dire, lasciava un po’ a desiderare ed era nelle corde del tipico pezzo di Al Bano da un po’ di tempo a questa parte, buono appunto per Sanremo e forse basta. Il terzo posto del tedesco, il Safina dei poveri del quale nemmeno ci ricordiamo il nome, è la tipica ambiguità sanremese, una di quelle cose che succedono solo al Festival e tutti a chiedersi il perché e il per come (un po' come quando vinsero i dimenticati-il-giorno-dopo Jalisse con "Fiumi di parole": ancora vogliamo sapere il motivo della vittoria). Tra i malcontenti, si segnalano i tifosi di Tosca e di Antonella Ruggero i quali avrebbero preferito un piazzamento per le loro dame migliore di quello che è stato. Per tutti gli altri, per i Meneguzzi e i Facchinetti, per i Paolo Rossi con canzoni stupende e interpretazioni di cacca, per gli Zeri Assoluti dati per vincitori alla vigilia e clamorosamente precipitati dopo la prima esibizione – per tutti questi, dicevo, un sorriso: quest’anno è già stato più generoso del solito, cosa volere di più?
Ospiti di un certo spessore almeno per la serata finale: la piccola Joss Stone e il formidabile Mika, due esordienti che spopolano e, per una volta, a ragione. Su Mike Buongiorno non commentiamo: un dispetto a Del Noce per fargli capire che, nonostante tutto, le galline vecchie fanno il brodo buono anche al di là dei proverbi. Un avvertimento a Bonolis con vendetta di Baudo: ospitata lampo di Mike, così gli ascolti s’impennano e vediamo se l’anno prossimo saprai fare meglio.

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sabato, marzo 03, 2007

Francesco Nucara, segretario del Pri, ha un blog.


Il Popolo, quotidiano della Dc, scrive che Il Giornale è sullo stesso piano di Lotta Continua, e fiancheggia sotto sotto le brigate rosse, o almeno ne trova meritoria l’azione perché gli “offre il modo di gettare, con linguaggio immondo, fango su Moro e sulla Dc”. Ne giudichino i lettori. Quanto a noi, la pensiamo come Dumas, il quale diceva che i malvagi sono preferibili ai cretini perché ogni tanto si riposano. Il direttore del Popolo scrive ogni giorno.

Indro Montanelli, Il Giornale, 14.10.1978

Tu, che stai a destra, dimostri di capire poco e di privilegiare gli interessi al buon governo...”
Anonimo – per voi – cattocomunista che ieri, senza per altro averglielo richiesto, ha voluto omaggiarmi della sua versione.

Stamane Luca Ricolfi su La Stampa e Lanfranco Pace sul Foglio parlano in modo simile di tre diverse sinistre che esistono in Italia: estrema, riformista e una nuova corrente laica, liberdemocratica o qualcosa del genere – insomma, che non si riconosce nel costituendo (o anche no) Partito Democratico. Entrambe le analisi mi convincevano, anche se a mio avvisto nessuna delle tre sinistre – quella estrema morta per mezzo delle sue stesse mani, quella liberaldemocratica inesistente se non sulla carta e quella riformista intenta a capire cosa vuole essere – riuscirà, entro un lasso di tempo ragionevole, a fare qualcosa per l'Italia. La sinistra, in questo momento, è senza forze. Impegnata a far bella figura (massimalista) per tenere il posto o a mantenere incollata la coalizione (riformista) su 12 punti sterili e insignificanti e, soprattutto, tanto distanti da quello che era il programma iniziale. Per chi, come questo blog, ha sempre sostenuto che prima o poi sarebbe successo quello che tutti sappiamo, non è una piccola rivincita. Più che altro è un modo per affermare che stare a destra non vuol dire non capirci un cazzo. Capito, coglione di un coglione?


Sanremo - 4

Non pensiate che qui si sia vista anche solo un piccolo pezzo della finale giovani del Festival di Sanremo. E non tanto per i giovani, o per le loro canzoni, o per le loro illusioni di poter fare qualcosa dopo aver mostrato le chiappe nella vetrina ligure. No, il motivo è un altro ed è anche tanto semplice: odore di presa per il culo, sentore di immagine del pubblico molto più stupida di quella che poi si rivela. Voglio dire, farcire dei perfetti sconosciuti – che tali rimarranno a partire da stamane – con nomi illustri della musica italiana è un'offesa all'intelligenza del telespettatore. La Nannini e Battiato non possono essere trattati da superospiti, perché gente come loro a Sanremo dovrebbe andarci per concorrere. Troppo facile per loro arrivare e fare lo spettacolo extra-concorso. Troppo facile per i dirigenti Rai chiamare loro anziché una superstar mondiale: costano meno e al pubblico nostrano significano di più; ma una volta al Festival ci andavano i Beatles, i Queen, i Led Zeppelin e Madonna – quest'anno giusto Norah Jones si è salvata.
Mi dicono che a vincere sia stato un giovane cantautore romano, tale Fabrizio Moro, con la canzone “Pensa”, un rap contro la mafia. Bene dunque ho fatto a stare lontano dalla televisione, ché tutta questa sindrome da Saviano, indignazione messa splendidamente in mostra e alla quale non succede però mai nulla di veramente concreto, è più nauseante di un'influenza gastro-intestinale. Seppur nel lodevole e ammirevole e fantastico voler dedicare il pezzo a Falcone e Borsellino.
Per parlare di qualcosa che fa notizia, tra ieri e ieri l'altro, accaduto a Sanremo dobbiamo tirar fuori ancora la (finta) storia delle 500 rose recapitate a Michelle. Pare siano firmate da “A.C.” e, non si sa bene perché, il pensiero è corso subito ad Antonio Cassano: forse per quella relazione mentale che vuole la valletta corteggiata sempre e solo da un calciatore e mai, chessò, da un uomo di cultura - colpa del perbenismo coatto all'italiana che porta a ragionare sempre e solo per luoghi comuni. A questa storia non vogliamo credere, per più di un motivo. Per prima cosa, Michelle deve essere meglio accompagnata. E poi, la mamma di Cassano tutta un “mi piace credere che sia stato mio figlio”, già pronta a preparare il corredo da dare al giovane sposo per la sua bella svizzera, è scena tipicamente italiana ma anche tipicamente triste.
Questa sera la finalona: il toto scommesse dà molto quotati Cristicchi e Al Bano. Speriamo per il primo e, nel frattempo, festeggiamo il fatto che gli Zero Assoluto siano spariti dall'elenco dei più quotati dai bookmakers.


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venerdì, marzo 02, 2007

dati di vendita dei quotidiani: gennaio 2006-2007 media giornaliera

Rilevazioni di vendita dei quotidiani. Gennaio 2006 - 2007, medie giornaliere.
Testata 2006 2007 Var. %
Corriere della Sera 667.938 680.208 1,8
la Repubblica 651.964 666.854 2,3
Il Sole 24 Ore 342.724 354.341 3,4
La Stampa 308.400 312.100 1,2
Il Messaggero 216.500 217.500 0,5
Il Giornale 202.197 204.645 1,2
Il Resto del Carlino 165.343 167.882 1,5
La Nazione 135.437 135.667 0,2
Libero 83.059 116.237 39,9
Il Secolo XIX 108.410 108.662 0,2
Avvenire 107.018 107.106 0,1
Gazzettino 99.500 97.750 -1,8
Il Tirreno 80.451 80.731 0,3
Il Mattino 79.550 79.250 -0,4
Il Giorno 64.404 74.104 15,1
Giornale di Sicilia 62.213 66.657 7,1
Unione Sarda 63.290 64.847 2,5
La Sicilia 60.443 63.640 5,3

(fonte: Dagospia)


Sanremo - 3

Terza serata, quella dei duetti. I momenti belli sono stati sinceramente pochi, quelli di spessore musicale li possiamo contare sulle dita di uno che ha lasciato la mano sotto una trancia: un paio, non di più. C'è stata quella cosa bellissima tra Simone Cristicchi e Sergio Cammariere, che ha affascinato. Non male anche Dorelli, come da previsione. Il resto è scorso via senza lasciare traccia e persino una piccola stella da tenere d'occhio come Nate James non è riuscito a far dimenticare la pochezza di Meneguzzi (tutto riferito, per carita, ieri sera ho fatto altro, ed ho optato per i Soft Machine ed è stato bellissimo come sapevo).
Extramusicale, mi riferiscono che il più grande imitatore italiano attualmente sulla scena, ovvero Max Tortora, ha fatto faville imitando Califano: "Quanno scopa Pippo mo' che s'è lassato co' 'a Ricciarelli?", "Pippo conduce, Pippo dirigie e quanno pippo io me mettono al gabbio" e Del Noce scambiato per Don Mazzi mi hanno fatto scendere le lacrime solo ad immaginarmi la scena. E, in contemporanea, al Grande Fratello dicono ci fosse Califano, quello vero, il quale interpellato dalla Marcuzzi circa il sentirsi chiuso in confessionale, ha replicato che a lui l'hanno "chiuso dentro tante volte nella vita, per cui", riscattandosi immediatamente con la richiesta esplicita di dove i ragazzi scopano, nella casa più osservata d'Italia. Sanremo è anche questo, quando cambi canale durante la pubblicità.

Edito, dopo aver letto sul Corriere che a Baudo l'imitazione del Califfo non è piaciuta. Cioè, mentre a noi provocava sconquassi emotivi ed ilarità violenta – merce sempre più rara a Sanremo – Pippo “sudava come un pazzo”. Il che è veramente terribile, e dispiace per Baudo il quale deve veramente avere qualche problema al senso dell'umorismo: ridere alla sue battute e indignarsi per il genio di Tortora non è normale, è preoccupante. Che il caro Pippo pensi davvero che l'imitazione sia stata di cattivo gusto? Perché Califano è così, e imitandolo non si può far altro che esasperarne le caratteristiche, ma non tocca a me fare la lezioncina di comicità a Sua Bauditudine.



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giovedì, marzo 01, 2007

Sanremo - 2

Terza serata per il festival di Sanremo e niente di nuovo sotto il sole. Quest'oggi tocca ai duetti, e la curiosità è solo quella di vedere Bollani con Johnny Dorelli e un po' meno Cammariere con Cristicchi, tutto il resto è noia – per dirla con il Maestro. Al di là della polemica sul cachet di Baudo, di Michelle e degli orchestrali tutti che sarà pure uno scandalo ma mica come gli 11 mila euro (netti, per 24 anni di lavoro in Bankitalia) di pensione di Padoa Schioppa, si tira avanti. I dati dicono che gli ascolti non vanno granché bene, ma Sanremo fa sì che tutti indistintamente almeno una volta al giorno ne parlino, quindi direi che i fallimenti sono ancora lontani dal venire. Fegiz, che ha suggerito – leggo su Dagospia – a dj Francesco di andare “in miniera” dopo la stonatura clamorosa del debutto, salvo poi scusarsi pubblicamente via conferenza stampa l'indomani mattina (ma, fa notare qualcuno, il voto sul Corriere non è cambiato) dovrebbe ricordarsi di quando recensisce i dischi senza ascoltarli, o copia le scalette pari-pari (con errori, quindi) dopo averle prese dal palco degli artisti, o va a Londra a intervistare qualcuno nonostante chi a Londra c'è andato veramente giura di non averlo mai visto. Stasera il mio Sanremo tutto personale saranno un paio di chiacchiere con la pupa e uno di questi due dischi, a scelta.


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Dentro Rifondazione Comunista chi si permette di esprimere apertamente quello che tutto il partito esprime, ma di nascosto per paura di perdere il posto, viene allontanato.


Bersani fa finta di liberalizzare, e le compagnie telefoniche aumentano i costi

Chi legge questo blog sa ormai da tempo che la questione dell’abbattimento dei costi di ricarica del telefono cellulare è una enorme bufala, per almeno due motivi. Il primo, essendo le compagnie telefoniche private e quotate in borsa il governo non può permettersi di fare i prezzi per decreto legge. Il secondo, se a Bersani stava davvero a cuore il portafoglio dei consumatori, anziché far finta di liberalizzare le ricaricabili, avrebbe dovuto abolire il balzello che lo Stato si prende sui contratti ad abbonamento dei telefoni cellulari: in questo modo il consumatore avrebbe potuto – dati alla mano – abbandonare la ricaricabile e passare alla bolletta con un notevole risparmio economico. E invece no, si sono volute mascherare ingerenze economiche da liberalizzazioni, ed ora tutti ci stupiamo se Wind ha deciso di eliminare il balzello solo per i nuovi clienti e la Vodafone ha già ritoccato le sue tariffe, facendo salire a 19 centesimi lo scatto alla risposta. Il ministro Bersani pensava forse che le compagnie telefoniche vivessero di aria?


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